2a Guerra Mondiale 1941-26 (1942)


Inno Capo Verde 


Dalla Birmania
a Singapore



Il 7 dicembre 1941, mentre le portaerei che avevano partecipato al riuscito attacco di sorpresa contro Pearl Harbour erano ancora sulla rotta del ritorno, imponenti convogli giapponesi, scortati dalle più superbe unità della marina imperiale e carichi di uomini e di armi s'avviavano verso le Filippine, Borneo, Sumatra, la Malesia. Aveva cosi inizio la più gigantesca offensiva anfibia, della storia: un'operazione che per la vastità della concezione strategica, per l'imponenza dei mezzi impiegati e soprattutto per l'ampiezza della zona di guerra e per la lontananza degli obbiettivi è da considerare superiore agli stessi concentramenti realizzati dagli anglo-americani nella fase finale del conflitto per investire il Vallo Atlantico e il Giappone. Infatti l'attacco sferrato dai giapponesi nell'Oceano Pacifico e nell'Oceano Indiano colpì simultaneamente le basi nemiche da Wak e Guam alle Filippine, da Hong Kong a Singapore, dalla Birmania al Borneo, creando da un giorno all'altro un fronte terrestre e navale di propozioni immense. L'offensiva aveva l'evidente scopo di creare al Giappone una condizione di preminenza strategica privando il nemico di tutte le sue basi avanzate. Di tutte le basi, cioè, dalle quali sarebbe potuta venire, per il territorio metropolitano giapponese, una qualche minaccia potenziale. Sulla spinta, dei successi iniziali, lo Stato Maggiore nipponico pensava poi di poter mettere piede nelle Indie Orientali Olandesi, nella Nuova Guinea ed in Australia.


La marina imperiale nipponica era, nel 1941, la terza flotta del mondo. Le sue navi, uscite dai cantieri di Yokoama e di Kobe erano quasi tutte di concezione modernissima, specialmente nelle corazzate della classe « Yamato », che stazzavano circa 60.000 tonnellate ed erano armate di cannoni da 457 millimetri. Oltre ad una squadra di navi da battaglia di ben 10 unità, i nipponici schieravano 13 portaerei, di cui 5 di recentissima costruzione, 40 incrociatori e un numero imponente di unità minori. I sommergibili erano 73. Questa gigantesca forza fu lanciata all'attacco, il 7 dicembre 1941, su tutti gli scacchieri di lotta. E se le portaerei, come abbiamo visto, potevano distruggere senza subire alcun danno, la flotta da battaglia americana nelle Kawai, un'altra squadra, tre giorni dopo, ripeteva il colpo contro le due maggiori corazzate britanniche, affondando il 10 dicembre la « Prince of Wales » e la « Repulse ». Il resto della flotta, o vigilava nelle acque di casa o scortava i numerosi convogli che recavano le forze d'invasione nelle Pilippine, in Indocina, in Thailandia, a Borneo. Nella foto la flotta giapponese schierata prima dell'inizio delle operazioni. 

DALLA BIRMANIA A SINGAPORE

Quando, nella stessa giornata di Pearl Harbour, il 7 dicembre 1941, i nipponici si lanciarono all'offensiva in tutte le direzioni, occupando una dopo l'altra le principali basi nemiche, il mondo rimase attonito. Anche se lo stato maggiore giapponese aveva dato, dalla guerra del 1905 in poi, infinite prove delle sue capacità organizzative, della sua previdenza e della sua audacia, nessuno si aspettava una simile, fulminea espansione verso i quattro punti cardinali. Tanto più che il Giappone non aveva questa volta di fronte a se gli stanchi generali cinesi, mille volte battuti, ma le flotte navali ed aeree delle due maggiori potenze mondiali. Il Tenno, poi, doveva battersi anche contro altri nemici: le enormi distanze che le sue navi dovevano percorrere onde colpire, l' avversario nelle sue basi, le difficoltà del terreno, le infinite complicazioni delle operazioni anfibie, il clima particolarmente disadatto alle abitudini e ai bisogni del soldato nipponico, la molteplicità dei fronti che supponeva un pericoloso spezzettamento delle tinse in campo.... Il segreto di questo successo va ricercato nell'esatta valutazione di ogni elemento fatta da parte dello stato maggiore di Tokio, nella lunga e meticolosa preparazione, nella perfetta tempestività di ogni mossa. Infatti lo scatenarsi della potenza navale, terrestre ed aerea nipponica in tanti scacchieri diversi, il susseguirsi ininterrotto degli sbarchi , dei bombardamenti e degli attacchi in direzioni spesso divergenti, la simultaneità apparentemente casuale di certi combattimenti rispondevano ad un piano i cui particolari furono attuati con fredda determinazione e con ammirevole perizia tecnica, senza un errore, senza un'incertezza, senza una sfasatura. E' evidente come tutto fosse legato alla riuscita dell'attacco di Pearl Harbour, che tendeva ad ottenere per le forze nipponiche un periodo piuttosto lungo di superiorità aero-navale. E, mentre laportaerei, girata la poppa alle Hawai, comunicavano a Tokio i risultati clamorosi della sorpresa, già numerosi convogli erano in viaggio per le Filippine, Borneo, Celebes, Thailandia, Melacca. Il fallimento del colpo sferrato a Pearl Hesllgr avrebbe consentito loro di invertire la rotta senza gravi danni. In caso di successo, invece, saebbero stati in grado di sfruttarlo rapidamente, enza dare al nemico il tempo di organizzarsi e di riprendersi. Cosi fu. E quando la superiorità aero-navale venne ribadita dal duplice colpo inferto alla marina britannica con l'affondamento delle sole due corazzate, la « Prince of Wales » e « Repulse » che Churchill era stato in grado di trasferire nel  Pacifico, apparve chiaro che nessuno si sarebbe più potuto opporre efficacemente per molto tempo alla spinta offensiva nipponica. Molti mesi,  forse anni, sarebbero stati infatti necessari agli anglo-sassoni per rimettere in linea le navi che in quattro giorni, dalle Hawai alla Malesia, i nipponici avevano spazzato via. Il poco naviglio superstite, come risulterà dimostrato negli ultimi giorni di febbraio, non era certo in grado di contrastare le intatte forze da battaglia della marina imperiale nipponica. Fatta questa premessa, apparirà chiaro al lettore che, tutto sommato, i grandiosi successi giapponesi dei primi mesi di guerra furono realizzati  in condizioni vantaggiose per gli attaccanti. Tuttavia il governo di Tokio, non si proponeva di compiere una guerra di annientamento del nemico. Non pensava di poter invadere, come spesso si è detto, gli Stati Uniti. Tendeva, invece, a creare nell'Asia Orientale una situazione tale che i suoi  tradizionali avversari non potessero contare più sullo « statue quo ». Che non potessero, anzi, pensare ad operazioni di riconquista senza mettere  nel conto disagi e disastri cosi gravi da renderne dubbia l'opportunità e la convenienza, prima ancora che la possibilità. Questi risultati, importantissimi agli effetti della soluzione diplomatica del conflitto, non potevano ovviamente essere raggiunti dai nipponici se non approfittando della passeggera superiorità aero-navale, ottenuta sul nemico. Se mai avessero perso quest'occasione, i nipponici avrebbero finito col logorare le loro forze in una inutile strage, senza speranze di vittoria. Sarebbe infatti bastato un qualche successo britannico nel Mediterraneo o anche un rallentamento della guerra sottomarina germanica per consentire agli anglo-americani di trasferire nel Pacifico e nell'Oceano Indiano considerevoli aliquote di navi: una flotta tale, comunque, da costringere i nipponici a rallentare la loro avanzata. Ma c'era anche un'altra validissima ragione che imponeva allo stato maggiore di Tokio di fare presto. Ed era la cronica povertà di materie prime che travagliava il Giappone. L'industria giapponese, pur enormemente sviluppata negli ultimi anni, non avrebbe potuto infatti mantenere il ritmo richiesto dalle necessità belliche se non avesse potuto attingere, oltre che alle risorse mancesi e cinesi, anche ai notevolissimi giacimenti di minerali d'ogni genere di cui sono ricche le grandi isole della Sonda, la Birmania, l'Indocina e la Thailandia. La situazione era particolarmente grave per i carburanti e questo spiega il perché della fulminea puntata su Borneo e la successiva occupazione delle Indie Olandesi ove esistevano numerosi pozzi di petrolio. Esaminando particolarmente le varie operazioni iniziali dei nipponici, conclusesi tutte con un pieno successo, sarà possibile far comprendere i dettagli e i motivi delle singole manovre. Lo sbarco nelle Filippine e a Guam, nonchè gli attacchi alle Midway e a Wake tendevano a neutralizzare le basi americane più vicine al Giappone e quindi più pericolose. Inoltre il possesso sia di Guam che delle Filippine era la premessa necessaria all'allargamento delle operazioni in direzione della Nuova Guinea, antemurale dell'Australia. Gli sbarchi a Borneo, oltre che alla conquista dei pozzi petroliferi della grande isola, erano indispensabili per organizzare l'investimento di Giava, di Sumatra e di Timor, oltre che delle Celebes. In Malesia, nella loro rapida marcia su Singapore, attraverso le jungle impenetrabili, i giapponesi puntavano ad infliggere al nemico un'altra gravissima perdita: quella della « Gibilterra di oriente », vera chiave di volta dell'intero sistema difensivo anglo-americano nel Pacifico. Col possesso di Singapore e dell'intera penisola malese, infatti, il comando giapponese avrebbe praticamente impedito al nemico di operare nelle acque della Sonda e nel Golfo Indocinese, rendendo, nello stesso tempo possibili i raids delle sue navi e dei suoi sommergibili sulle rotte per l'India. Ultimo, importantissimo obbiettivo nipponico, conseguito in collaborazione con l'esercito siamese, la Birmania e la famosa strada che unisce Rango alla Cina. E fu qui che fu sviluppato, dall'una e dall'altra parte, il massimo sforzo. Gli inglesi avevano infatti capito che dalla Birmania poteva essere seriamente minacciata la perla più preziosa della corona imperiale di Londra: l'India.

Convogli




Lo sforzo sostenuto dalla flotta da guerra e dalla marina mercantile nipponica nei primi giorni di guerra fu imponente. Oltre mezzo milione di
uomini, con un gigantesco corredo di mezzi bellici e di rifornimenti fu trasportato nelle più diverse direzioni e felicemente sbarcato sul territorio
nemico. E non si trattava di superare brevi tratti di mare, bensì di percorrere duemila e più chilometri, spesso in acque controllate da navi nemiche,
da sommergibili, da aerei, sempre con la minaccia degli uragani, che sono particolarmente frequenti nei mari della Sonda e della Malesia. Nella
foto la popolazione di Kobe saluta sventolando bandierine nazionali le truppe in partenza per il fronte.

I nipponici, che in tutte le loro guerre, da quella del 1896 contro la Cina a quelle più recenti contro il Kuomintang, avevano dovuto organizzare
imponenti spedizioni oltremare, erano particolarmente allenati e preparati ai nuovi compiti imposti loro dalla guerra contro gli angloamericani.
Le truppe da sbarco, scelte fra le migliori disponibili, avevano avuto un lungo allenamento alla guerra anfibia e disponevano di speciali imbarcazioni,
studiate per renderne facile l'impiego sui bassi fondali delle isole del Pacifico. Nella foto a sinistra soldati nipponici trasbordano da un piroscafo da
carico sui mezzi destinati a portarli a terra. Nella foto a destra un'ondata di mezzi da sbarco s'avvicina alla costa malese.


I giapponesi sbarcano nel golfo del Siam e sulla costa della Malesia. Per l'invasione della Malesia, i nipponici avevano ammassato da parecchie settimane nell'Indocina Francese una forza considerevole, valutata a circa centomila uomini, la maggioranza dei quali era stata dislocata nella parte meridionale, facendo prevedere un'ulteriore spinta verso il sud, cioè in direzione della penisola di Malacca alla cui punta estrema i britannici avevano la loro base più munita: Singapore. Altre truppe (circa ventimila uomini) si trovavano a bordo di navi traghetto nella baia di Cam Ranh pronte per essere impiegate al momento opportuno, mentre altri convogli provenienti dal Giappone erano in arrivo. Le operazioni di transito nella Thailandia si svolsero rapidamente. L'esercito siamese fece alla truppe nipponiche soltanto una resistenza simbolica creando cosi le premesse per una vera e propria alleanza politica e militare. Pochi giorni dopo il loro ingresso a Bancock, i giapponesi erano cosi in grado di pronunciare una grave minaccia in direzione della Birmania. Non meno felicemente procedeva l'avanzata in Malesia, malgrado i gravissimi ostacoli frapposti, più che dalla debole resistenza nemica, dalle difficoltà del terreno e del clima. Nella foto in alto mezzi da sbarco giapponesi s'avvicinano alla costa malese nelle vicinanze di Bang Tapang. Nelle foto al centro ed in basso sbarcati dai mezzi anfibi, reparti nipponici si raggruppano sulla spiaggia prima di inoltrarsi nella jungla.

Nella jungla Malese




Nell'investimento della Malesia i soldati giapponesi conobbero per la prima volta la jungla. Nelle loro precedenti esperienze belliche i nipponici avevano sempre combattuto in paesi civilizzati, a clima temperato o freddo. In Malesia, come in tutte le isole dell'arcipelago delle Indie Orientali, si trovarono invece in una zona tropicale o equatoriale alla quale non erano abituati e che mise a dura prova il loro fisico e creò per i servizi logistici una serie di problemi di difficile soluzione. Contrariamente a quanto comunemente si crede, i giapponesi non gradiscono le alte temperature, che sopportano meno bene degli stessi europei. Nella foto in alto a sinistra un reparto giapponese in marcia verso Kota Baru in Malesia. Al centro a sin. fanteria nipponica al guado di un fiumiciattolo, il Muda, nei pressi della frontiera thailandese. In basso a sin. una pattuglia in avanscoperta nella jungla. Da notare l'accurata mimetizzazione, particolarmente utile nell'intrico della vegetazione tropicale. A destra in alto un carro armato nipponico, nascosto ai margini di una piantagione, batte col suo cannoncino le posizioni britanniche. In basso a destra in un villaggio occupato in Malesia le bandiere del Sol Levante hanno preceduto i soldati nipponici, innalzate dagli uomini della quinta colonna, reclutati fra le fiorenti comunità nipponiche nella penisola.


Fanterie nipponiche all'attacco all'arma bianca contro le posizioni britanniche sul fiume Perak, nell'omonimo sultanato. Il loro slancio è irresistibile. 
La linea di difesa apprestata frettolosamente dall'avversario cederà di schianto e consentirà ai giapponesi una rapida avanzata sulla costa occidentale 
malese che li porterà in pochi giorni, a Kuala Lumpur e a Kiantan, cioè a meno di duecento chilometri in linea d'aria da Singapore. Da notare, nella 
foto in alto, la lunga spada dei « Samurai » impugnata dall'ufficiale che guida l'azione. E' il segno simbolico d'una lunga tradizione guerriera che sopravvive anche in mezzo al prevalere tecnicistico del conflitto moderno. Nella foto in basso un tiratore giapponese appostato nella jungla.

Contemporaneamente all'investimento delle Filippine, i giapponesi realizzarono numerosi sbarchi di sorpresa in altre due grandi isole : nelle Celebes e 
a Borneo. Sia l'una che l'altra avevano una grande importanza economica e strategica. Al Borneo, specialmente nella parte settentrionale appartenente 
alla Gran Bretagna, i nipponici puntavano soprattutto al controllo degli importanti pozzi petroliferi. Le Celebes, invece, erano considerate come una 
base per ulteriori azioni offensive in direzione della Nuova Guinea e dell'Australia. Nella foto in alto a sinistra inoltratisi nell'interno dell'isola, le 
truppe nipponiche si trovano a dover superare numerosi corsi d'acqua. I battelli pneumatici rappresentano in tali circostanze un prezioso ausilio. In 
basso a sinistra qui non c'è stato bisogno dei battelli, i nipponici hanno trovato intatta una delle caratteristiche passerelle indigene, fabbricate con 
resistentissime liane e sospese agli alberi, dall'una e dall'altra parte del fiume. Siamo nel mondo di Salgari! In alto a destra al Borneo le strade sono 
quasi inesistenti. L'avanzata nipponica a Saravak deve quindi fare i conti con le asperità, del terreno. Come sulle Alpi, i cannoni scomposti nei loro elementi, sono issati sulle alture a forza di braccia. In basso a destra anche la fanteria ha il suo da fare, per superare le aspre catene montuose dell'isola.


Nella foto in alto per superare le acque vorticose di un grosso torrente i nipponici hanno costruito una passerella umana. I fucilieri traghettano 
all'asciutto sull'altra sponda passando sopra l'effimero ponte sostenuto dalle spalle dei loro compagni. Nella foto in basso nell'avanzata lungo la penisola di Malacca per la conquista di Singapore, l'ingegnosità nipponica ha tolto le gomme ai mezzi blindati e agli autocarri, sostituendole con le ruote dei treni, allo scopo di sfruttare utilmente la rete delle ferrovie locali.

Sbarco al Borneo




La parte meridionale dell'Isola di Borneo fu il primo possedimento olandese nelle Indie Orientali ad essere investito dall'offensiva giapponese. Il comando nipponico, infatti, dopo aver completato l'occupazione della zona settentrionale di Saravak, continuò la marcia verso sud, affrettando la conquista dell'intera isola con numerosi sbarchi in varie località. Nella foto in alto un'eccezionale fotografia. La corazzata « Nagato » spara con tutte le sue torri contro le posizioni anglo-olandesi di Borneo. Da notare i proiettili appena usciti dalle bocche da fuoco, fermati in aria dal fotografo. Nella foto in basso mezzi da sbarco giapponesi hanno preso terra nei pressi di Kalolokan, sulla costa sud orientale di Borneo.


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