2a Guerra Mondiale 1941-23/A


Sulle rotte artiche


Inno Micronesia 



La marina germanica colpì duramente i convogli britannici che, attraverso il Mar Glaciale Artico, trasportavano rifornimenti in Russia. I convogli 
furono attaccati con aerosiluranti ed unità di superficie che partivano dai fiordi della Norvegia settentrionale. Nelle foto è documentata l'asprezza 
del clima in prossimità del Circolo Polare. In alto a sinistra la torretta di un sommergibile tedesco coperta di ghiaccio. In basso a sinistra un 
sommergibile tedesco rientra nel porto di Tromso. A destra due aspetti di un incrociatore germanico in navigazione nel Mare del Nord.


La rigidezza del clima nei mari del Nord causò paurose perdite agli equipaggi britannici. Infatti gli uomini delle navi affondate dagli aerei e dai 
sommergibili tedeschi potevano sopravvivere non più di qualche secondo nelle gelide acque polari. La rotta Inghilterra-Murmausk quindi fu considerata, durante tutto il conflitto, come una delle più aspre del mondo. Nella foto in alto un convoglio inglese in navigazione nell'Artico. In basso grossi calibri poppieri di una corazzata germanica alla fonda nel fiord di Trondheims..


14 febbraio 1942. Goebbels riunisce al ministero della propaganda i giornalisti stranieri per dar loro una sensazionale notizia: una grossa formazione navale germanica, costituita dalle corazzate « Gneisenau », « Scharnhorst », dall'incrociatore « Prinz Eugen », scortate da diecine di unità minori, avevano potuto lasciare il porto di Brest, ove si trovavano in riparazione, entrare nel canale della Manica in pieno giorno, ed uscirne senza danni di sorta per entrare infine nei loro porti alle foci dell'Elba. Il colpo era veramente grosso, soprattutto per i suoi effetti psicologici. Mai, infatti, prima d'allora, la marina britannica aveva dovuto subire, senza reazione alcuna, una cosi cocente umiliazione nelle sue acque di casa. E mai una così grande formazione navale nemica si era tanto avvicinata al suolo di Albione, attraversando con una sfida temeraria le infide acque della Manica, e uscendone per giunta senza il minino danno. Cos'era accaduto? Le tre corazzate, che fin dal marzo 1941, dopo una crociera nell'Atlantico, avevano approdato a Brest, erano state per parecchio tempo un pericolo incombente sul traffico anglo-americano. Col passar del tempo, però, la loro situazione si era fatta critica. Brest era troppo vicina alle basi britanniche e quindi le navi potevano essere facilmente colpite e immobilizzate. La « Gneisenau », anzi, era stata ripetutamente colpita ed aveva dovuto effettuare lunghe e difficoltose riparazioni. Occorreva dunque riportare le tre unità nel Mare del Nord, per metterle al sicuro in Norvegia. Fra le due vie possibili (quella del periplo attorno alla Gran Bretagna o l'Islanda e quella della Manica) fu scelta la più breve che era anche la più pericolosa. Ma tutto andò nel migliore dei modi. Contro ogni previsione, la formazione navale
potè uscire dal porto di Brest senza che nulla trapelasse. Il primo tratto del viaggio fu percorso di notte. Durante tutta la mattinata non fu segnalato alcun aereo britannico. Solo alle undici del mattino, quando già le navi tedesche erano all'altezza di Dover, vi fu il primo avvistamento. Gli aviatori britannici quasi non credevano ai propri occhi. Ma anche allora la fortuna continuò a proteggere i tedeschi. Nessuno dei 1200 apparecchi che per tutta la giornata martellarono la formazione, riuscì a mettere a segno una bomba. E così tre corazzate, otto cacciatorpediniere e sedici motosiluranti poterono orgogliosamente sfilare di fronte alle bianche scogliere di Dover, che anzi fecero segno di qualche simbolico colpo di cannone. Solo più tardi quando già erano nei pressi dei loro porti metropolitani, la « Gneisenau », e la « Scharnhorst » corsero un brutto rischio, incappate in un campo minato urtarono contro due mine che fortunatamente non le danneggiarono seriamente. A mezzogiorno del 13 febbraio anche l'ultima nave aveva raggiunto l'estuario dell'Elba. La « Home Fleet » era mancata all'appuntamento. Nelle foto in alto la formazione navale tedesca in navigazione nella Manica. In testa un caccia, dietro alla capofila le unità maggiori, all'esterno altri caccia e mas della cintura di protezione. Nella foto 2 in alto la « Schamhorst » apre il fuoco. In basso la eccezionale impresa delle navi tedesche in un grafico della propaganda di guerra.


U.R.S.S. in guerra: giovanissimi reclute di una scuola militare si 
cimentano nella danza nazionale.

Fronte interno
e antifronte


Fronte interno e antifronte

Oggi tutti conoscono i motivi più o meno reconditi del crollo doloroso legato all'infausta data dell'8 settembre 1943 e del quale l'Italia sopporta e sopporterà per lungo tempo ancora, le conseguenze morali e materiali. Tutti sanno come la predicazione propagandistica nemica abbia fatto breccia nell'animo degli italiani, come lo spirito pubblico si sia lasciato deprimere a dismisura dall'andamento non felice delle operazioni militari, come traditori e rinnegati abbiano sabotato lo sforzo bellico e la volontà di resistenza della parte migliore del nostro popolo. Sanno, infine, con quanta ingenuità una notevole percentuale della nostra opinione pubblica abbia creduto, magari in perfetta buona fede alle bugiarde promesse delle radio anglo-americane che assicuravano di non combattere contro gli Italiani, loro fratelli ed amici, ma contro la cricca fascista che li opprimeva. Sarebbe tuttavia ingiusto ricordare soltanto queste pagine tristi della nostra storia recente, senza accennare alla eroica fermezza con cui, per tre lunghi e difficili anni, il nostro fronte interno resse all'ardua prova. Se infatti vi sono stati i traditori, i sabotatori, i disfattisti, vi sono stati anche, e in numero ben più grande, italiani degnissimi che hanno lavorato, lottato e sofferto in silenzio, senza mai cedere. Italiani che con il loro comportamento riscattano le miserie morali dei degenerati, sempre pronti a trovare una giustificazione alla loro vigliaccheria e a compiacere un padrone straniero con quella che Vittoria Emanuele Orlando, definì « cupidigia di servilismo ». Del resto, dire come oggi afferma certa propaganda, che gli italiani non sentivano la guerra, significa ripetere uno stupido luogo comune. Nessun popolo, in nessun caso, ha mai voluto la guerra. Gli italiani del '40 non facevano eccezione a questa regola, ma tuttavia erano, nella loro maggioranza intenzionati a farsi onore. Le classi più giovani, nel loro generoso entusiasmo erano decisamente favorevoli al conflitto. Fu, se mai, grave errore della propaganda fascista l'aver parlato di guerra « fascista », cioè di aver politicizzato un conflitto che invece rappresentava un'occasione per risolvere di un colpo i problemi mediterranei del nostro paese e di conquistare il famoso « posto al sole » per la nostra crescente massa demografica. Di questo errore approfittarono gli inglesi quando, attraverso Radio-Londra e i suoi amici Italiani cominciarono la grande operazione che avrebbe dovuto scavare un fosso invalicabile fra la classe dirigente fascista e le masse popolari. Questa propaganda ottenne i suoi primi, importanti risultati fra le classi medie e tra la borghesia. Il suo tono pseudo-intellettualistico, del resto, era fatto proprio per fare breccia tra i rivoluzionari da caffè, tra gli scontenti di professione, tra i « furbi » di tutte le tinte, per sfruttare l'indubbia stanchezza che vi era in determinati strati del popolo per gli aspetti opprimenti e deteriori di certo fascismo. I lavoratori resistevano di più. Il proletariato italiano, che si ama definire privo di radicati sentimenti nazionali, che si ritiene immaturo e incerto, aveva capito quello che le classi dirigenti non avevano voluto intendere. Che cioè, si stava combattendo non una guerra « fascista » ma una guerra italiana. E se i borghesi erano rimasti scandalizzati da una propaganda che parlava brutalmente di petrolio, di carbone, di terra da conquistare, il popolo questo linguaggio lo aveva capito e assimilato. Sapeva infatti che la sua miseria antica era solo in minima parte dovuta alla disarmonia del nostro sistema sociale e in gran parte, invece, all'ingiusta distribuzione delle ricchezze del mondo. Che 
la guerra, in ultima analisi, era un tentativo, anche se arduo e rischioso, per toglierlo da una secolare condizione di inferiorità. A dieci anni dalla fine della guerra e con la dura esperienza che ne è seguita per il popolo italiano, questa è una verità che sarebbe disonesto non ammettere. Così, mentre nei comandi, negli uffici, negli ambulatori ministeriali, nelle direzioni delle aziende, fioriva la mala pianta del disfattismo, dello spionaggio, del sabotaggio e del tradimento, il popolo italiano lavorava, combatteva. Napoli meridionale città proletaria, diede la prova più alta dello spirito popolare, resistendo impavida, senza un lamento, all'offensiva aerea nemica, scatenata anche nella persuasione che i vituperati « mandolinisti » partenopei non avrebbero retto ad una prova che aveva messo in difficoltà gli stessi flemmatici londinesi. Fu solo nel febbraio del '43, quando già il disfattismo aveva guadagnato proseliti nella stessa cerchia dei fedelissimi di Mussolini, che gli operai cominciarono a cedere, invischiati essi stessi dalla propaganda nemica. Si verificarono i primi scioperi di Torino, che se avevano come pretesto la situazione di disagio degli operai per il dilagare dell'accaparramento e della borsa nera, recavano già in se i germi politici che sarebbero esplosi nelle manifestazioni antifasciste e pacifiste dopo il colpo di stato del luglio 1943. Radio-Londra fu elemento determinante del nostro cedimento interno.


La battaglia per il carbone.

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