2a Guerra Mondiale 1941-20/B


Inno Nuova Zelanda 


La battaglia di Mosca



In questa cartina è tratteggiata la situazione al fronte orientale alla data del 7 novembre 1941, anniversario della rivoluzione russa. Come abbiamo visto
nei precedenti fascicoli le armate germaniche travolsero ogni resistenza sovietica nelle gigantesche battaglie di annientamento ricordate nella cartina, fino a giungere a trenta chilometri da Mosca. Nella capitale sovietica, come ogni anno, si riunisce il Soviet per la solenne seduta celebrativa. Ma gli accenti sono ben diversi da quelli di un tempo. Non più osanna alle realizzazioni del regime, non più inni alla conquista proletaria del mondo: L'Unione Sovietica è in pericolo e Stalin si presenta ai compagni per fare un bilancio dei primi quattro mesi di guerra. « Il nemico, egli dice, ha occupato la maggior parte dell'Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia la Lituania, la Lettonia, l'Estonia, una serie di altre regioni, è penetrato nel bacino del Donetz, sta come una nube nera su Leningrado, minaccia la nostra gloriosa capitale, Mosca ». E difatti, nella stessa sala del Soviet giunge, dalla linea del fronte, ormai spaventosamente vicina alla periferia di Mosca, come il brontolio del tuono, l'eco delle esplosioni. Ma per Stalin e per tutti i dirigenti sovietici, ancor più delle conquiste territoriali di Hitler sono preoccupanti le perdite subite in uomini e mezzi. « In quattro mesi di guerra, egli afferma al Soviet,abbiamo avuto 350 mila morti, 378 mila dispersi e un milione e ventimila feriti ». Hitler, rispondendo a Stalin qualche giorno dopo, dichiara di no. Il nemico, secondo lui, avrebbe perso non meno di sette milioni di uomini, ventisettemila cannoni, ventiduemila carri armati e quindicimila aeroplani. Certo è che la forza combattiva dell'esercito sovietico sembra fortemente compromessa. E' dunque il momento,ritiene Hitler di lanciare il colpo mortale su Mosca, prima che giunga l'inverno a paralizzare la sua grande macchina di guerra. Ha così inizio, fra Kalinin e Tula, su un fronte di quasi trecento chilometri, quella che passerà alla storia col nome di « Battaglia di Mosca ».

La battaglia di Mosca

Molte e vivaci sono ancora oggi le polemiche sulla Battaglia di Mosca, svoltasi fra il novembre e il dicembre del 1941, e conclusasi con il fallimento dell'attacco tedesco e con una controffensiva generale degli eserciti sovietici. In genere, il memorialismo tedesco del dopoguerra rigetta su Hitler la responsabilità di quella battaglia che si afferma fu decisa dal dittatore nel momento meno adatto e senza una chiara visione delle necessità e delle opportunità strategiche, contro il parere di gran parte dello Stato Maggiore. D'altra parte. anche se l'esito della battaglia diede ragione ai pessimisti dell'Oberkommando e torto a Hitler, non bisogna per questo solo affermare che il Capo della Germania gettò allo sbaraglio, dinnanzi all'imprendibile capitale sovietica, il fior fiore del suo esercito semplicemente perchè nel suo smisurato orgoglio, nella sua immensa ambizione, non voleva che la stasi invernale delle operazioni giungesse senza una vittoria di grandi proporzioni. In realtà, invece, se anche vi erano differenze di idee sull'opportunità di scatenare la battaglia proprio in vista dell'inverno e quando già la neve era caduta sulle pianure russe tutti allo Stato Maggiore tedesco, davano ormai per spacciato l'esercito sovietico. Ritenevano, cioè, che le truppe di Stanzi, pur essendo in grado di offrire ancora una tenace resistenza, fossero ormai chiuse ad ogni possibilità di ritorno offensivo. Partendo da questa premessa, che poi si dimostrò errata ma che era generalmente condivisa dai capi tedeschi, l'idea di Hitler, tendente ad attaccare Mosca con tutte le forze disponibili, senza dar tregua al nemico finchè vi fosse la possibilità di combattere, appare tutt'altro che illogica. C'era è vero il precedente napoleonico, ma Hitler pensava di aver vinto già la sua battaglia, perchè a differenza del grande Corso era riuscito ad agganciare gli eserciti nemici in una serie di gigantesche battaglie di annientamento. Ma i fatti dimostrarono errati questi calcoli. A metà di dicembre, il maresciallo sovietico Zukov fu in grado non soltanto di respingere i tedeschi sulle posizioni di partenza, ma addirittura di sviluppare una vigorosa azione controffensiva, riconquistando Kalinin, Tula e rompendo il fronte avversario in un vasto, vitalissimo settore al punto da costringere l'alto comando tedesco ad un sollecito ripiegamento di notevoli proporzioni, su tutta la linea affrettatamente costituita in quelle che appena un mese prima erano le lontane retrovie della Wermacht. Si infranse così il sogno dí Hitler di giungere a Mosca prima dell'inverno e si registrò, dopo cinque mesi di continue ritirate, la prima vittoria sovietica. Una vittoria che allora fu giudicata di non determinante importanza ma che la critica postbellica tedesca considera fondamentale premessa della finale sconfitta del nazismo. Cosa non aveva funzionato nel piano di Hitler? Cosa aveva determinato quell'insuccesso che recentemente il maresciallo Kesselring ha definito uno dei tre errori più grandi della guerra? Nulla si può imputare ai generali tedeschi sul piano operativo. Anche se le forze germaniche erano esaurite da cinque mesi di continue battaglie, anche se i rifornimenti e le manovre dei "panzer" erano impacciate dalla neve cioè da un elemento cui i sovietici erano abituati ma che era nuovo per la Wermacht, l'attacco su Mosca fu portato con la massima determinazione e con la tradizionale sapienza tattica dello Stato Maggiore germanico. Era stata invece sbagliata completamente la valutazione di un altro elemento fondamentale: la resistenza sovietica. I tedeschi, come abbiamo visto, credevano di dover fare i conti con gli ultimi resti di un'armata in disfacimento, provata fino all'usura più estrema. Credevano di poterne determinare il collasso e di rovesciare cosi dalle fondamenta l'impalcatura dello stesso regime sovietico. Invece le forze di Zukov si rivelarono di gran lunga migliori, come armamento, come equipaggiamento, come abilità tecnica dei capi e dei gregari, di quelle battute in Ucraina, in Galizia, nei Paesi baltici, nella Bielorussia. Fu questa, dunque, la grande sorpresa della difesa di Mosca: l'esistenza di ampie riserve russe di uomini e di materiali. A tutto ciò si aggiunga il fatto che queste forze furono gettate nella lotta al momento giusto da uno stratega di eccezionale valore, quale il maresciallo Zukov, e usate sul terreno con una manovra lucidissima che s'impose all'ammirazione degli intenditori dell'Oberkommando. Zukov, infatti, non si ostinò, porne era accaduto a Budjenny in Ucraina, in una difesa rigida e priva di fantasia tattica. Cedette là dove gli sembrava impossibile resistere, ma quando diede l'ordine di ritirata seppe prendere tutte le misure per bloccare il nemico su una serie di linee arretrate di resistenza destinate a fiaccarne la spinta offensiva. Contrattaccò con fulminee puntate quando ritenne di poterlo fare senza esporsi eccessivamente. Reagì alla manovra con la manovra. Approfittò di ogni debolezza, di ogni incertezza, di ogni errore avversario. E quando finalmente, dopo più di un mese di lotta, s'accorse che la spinta nemica s'andava esaurendo e che i tedeschi davano ormai evidentissimi segni di stanchezza, fece scattare le sue truppe in una controffensiva generale che troncò per tutto l'inverno ogni velleità di Hitler e dei suoi generali sul fronte di Mosca al punto da determinare contraccolpi anche in altri settori con la perdita di Rostov, di Tikhvin e di Mariupol. I guadagni territoriali dei sovietici furono, è vero, assai modesti, ma Zukov non s'era certo prefisso un ambizioso piano di riconquista, lanciando all'attacco le sue truppe sul fronte di Mosca. Quel che voleva e che ottenne oltre ogni speranza, fu di bloccare l'attacco tedesco sulla capitale, di spezzare il cerchio mortale che si andava apprestando fra Kalinin e Tula e di dare a Stalin la possibilità di apprestare durante l'inverno gli strumenti della riscossa. Nel suo proclama del 19 ottobre Stalin non invano aveva detto: « Mosca sarà difesa fino all'estremo, casa per casa».


 L'inverno, un inverno precoce e rigido, ha già steso la sua coltre bianca sulle immense pianure della Russia. Da Berlino giunge egualmente alle truppe del settore centrale l'ordine di attaccare a fondo verso Mosca. Nella foto una postazione di mitragliatrici nella neve sul fronte della capitale sovietica.


Il piano tedesco, dopo qualche giorno di inutili attacchi di fronte a Viasma, appare diverso da quello iniziale, che prevedeva una penetrazione verso
Mosca sulla classica direttrice napoleonica. Ora, con le due puntate su Kalinin a nord e su Tula a sud, sembra che Hitler abbia l'intenzione di
giungere all'accerchiamento preventivo della capitale nemica, prima di tentarne l'investimento. La mossa, del resto, è giustificata, poiché i sovietici
si trovano avvantaggiati, nella loro battaglia difensiva di fronte a Mosca, dalla possibilità di far affluire nella zona dei combattimenti rincalzi e
rifornimenti sia dall'interno dell'URSS sia dagli altri settori del fronte, grazie alla rete di strade e di ferrovie che dalla capitale si irradiano in
tutte le direzioni. Occorre troncare questi cordoni ombellicali, per mettere in ginocchio la difesa nemica. Nella foto in alto truppe corazzate tedesche
si schierano in formazione di combattimento di fronte a Kaluga. Nella foto centrale è in vista un contrattacco sovietico. Mentre i panzer vigilano,
la fanteria scava nella neve degli improvvisati apprestamenti difensivi. In basso di nuovo in marcia.


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