Guerra aeronavale nel Mediterraneo
Mentre in Mediterraneo ed in Africa Settentrionale si combatteva ancora aspramente, le campagne di
Grecia e di Jugoslavia volgevano all'epilogo. La Jugoslavia, attaccata con decisione e valore dalle
nostre truppe e dalle formazioni corazzate tedesche congiunte con nuclei Ungheresi e Bulgari, crollava
immediatamente senza poter ostacolare l'avanzata dei soldati dell'Asse. Anche le truppe greche, logorate
nei combattimenti invernali si disfacevano completamente, nonostante gli aiuti inglesi, Terminava così
una delle più dure e sanguinose campagne della nostra guerra. Nel frattempo, la Terra aero-navale
combattuta nel Mediterraneo richiedeva ai comandi avversari la soluzione di problemi
specialissimi, così in campo tattico come in campo strategico. Va osservato, innanzitutto, che le basi
britanniche erano dislocate alle due estremità del grande bacino: a Gibilterra da una parte e ad
Alessandria dal Paltra. Le rimanenti basi, da Malta a Suda, da Cipro ai porti palestrinesi, erano infatti 1tali da
poter ospitare sporadicamente formazioni navali di una relativa consistenza o per la inadeguatezza dei
loro impianti o per la loro vulnerabilità da parte dell'aviazione. Questa
circostanza metteva quindi gli inglesi nella necessità di mantenere forze
pressappoco equivalenti ai due estremi del Mediterraneo per poter contrastare efficacemente, da una
parte e dall'altra, eventuali azioni italiane. L'Italia. invece, sistemata come una displuviale fra i due
bacini, occidentale e orientale, poteva spostare con una certa rapidità il grosso della sua flotta
nell'uno e nell'altro settore, appoggiandosi principalmente sulle tre basi di Taranto, La Spezia e
Napoli, nonché sulle basi minori di Augusta, della Maddalena, di Brindisi e di Messina. Questa
favorevole situazione strategica, spiega perché la nostra Marina, pur essendo quantitativamente
inferiore a quella britannica, potè garantire per tutta la durata del conflitto i collegamenti con le
truppe impegnate in Libia e quelli con la Sardegna, la Corsica, i Balcani, e la Grecia, malgrado la
pericolosa spina di Malta proprio al centro delle correnti del traffico navale. C'era però un grosso
inconveniente. Gli inglesi, proprio per la loro posizione eccentrica, potevano provvedere alle necessità di
rifornimento quasi senza rischiare la perdita di navi. E difatti, specialmente dopo la caduta
dell'Impero, poterono alimentare il fronte egiziano attraverso il Mar Rosso, fuori da ogni minaccia italiana.
La situazione strategica apparirà tuttavia molto meno rosea per gli italiani, se si pensa come nella
guerra moderna (e le due battaglie di Capo Teulada e di Capo Matapan l'avrebbero dimostrato)
un'operazione navale possa svolgersi con una buona probabilità di successo solo se appoggiata
dall'aviazione e da un sistema perfetto di comunicazioni, di ricognizione e di avvistamento. Questa cooperazione
fra navi ed aerei a noi fece spesse volte difetto, mentre fu perfetta da parte britannica. La prima
causa di questa inefficienza, che talvolta ebbe aspetti drammatici, va, ricercata anche nella mancanza
di navi portaerei. Nello scontro notturno di Capo Matapan, che ci costò in pochi minuti la perdita di
tre incrociatori e di due caccia, noi fummo anche superati tecnicamente dall'avversario, il quale
aveva già il radar a bordo delle sue unità maggiori e poté così avvistare e distruggere le nostre navi.
« Una lotta fra ciechi e veggenti », così fu definito quello scontro drammatico.
Per quanto riguarda il Mediterraneo, tre importanti avvenimenti, oltre ai minori episodi che ebbero per
protagonisti gli aero-siluranti, i mezzi d'assalto e i sommergibili. Il primo, che fu anche, il più grave
e il più triste, avrebbe potuto avere irreparabili conseguenze su tutto l'andamento dalla guerra: l'incursione
notturna dei bombardieri e degli aero-siluranti britannici sul porto di Taranto. Per l'inefficienza dei
nostri apprestamenti di sicurezza, per la piena riuscita dell'elemento sorpresa, per la novità dei siluri
a doppio acciarino, l'operazione ci inflisse perdite gravissime: tre siluri colpirono la
Littorio, uno la « Duilio » e la « Cavour », mentre due bombe colpirono (ma senza esplodere) l'incrociatore
« Trento » e un caccia. Se la «Littorio » e la « Duilio », dopo alcuni mesi di lavori, poterono tornare
in squadra, non fu così per la Cavour », che rimase inefficiente fino al termine del conflitto. In
una notte, comunque, la forza navale italiana, per il colpo contro tre grandi navi, era ridotta a meno
della metà. Due sole corazzate, la « Vittorio Veneto » e la « Cesare » (la « Dori» » era in riparazione
alla Spezia) risultavano infatti in grado di tenere il mare. Tuttavia, a pochi giorni dall'attacco, la
flotta diede una grande prova della sua capacità di ripresa, affrontando con le corazzate superstiti e con
gli incrociatori, una grande formazione navale avversaria in navigazione nel Mediterraneo
occidentale verso Malta, a scorta di un convoglio. Quello scontro, la battaglia di Capo Teulada, se non si risolse
(come forse sarebbe stato possibile con maggior decisione) in una grande vittoria, confermò la
presenza vigile e pronta della nostra flotta, malgrado le perdite di Taranto. A Capo Teulada le due
corazzate, con la scorta di due divisioni di incrociatori e di caccia, impegnò una formazione navale
inglese che si poggiava su due corazzate, la « Renown » e la « Ramilles ». Non vi furono
affondamenti. Da parte italiana risultò seriamente colpito il caccia « Lanciere », salvato con una brillante
operazione. Da parte britannica furono dannegggiati un incrociatore tipo « Machester » e
l'incrociatore « Berwik ». Il terzo avvenimento è conosciuto sotto il nome
di « Battaglia di Gaudo e Matapan ». Quella che avrebbe dovuto essere un'azione di sorpresa della
flotta italiana nell'Egeo si risolse, anche per interferenze criminose ormai comprovate da varie
testimonianze, in un amaro scacco. Perdemmo, allora, tre dei nostri migliori incrociatori, in uno
scontro notturno, completamente fortuito. La stessa « Vittorio Veneto », colpita da un siluro corse il
rischio di affondare e solo la perizia dell'ammiraglio Jachino, sfortunato protagonista dello scontro,
riuscì a portarla in salvo. Tuttavia, malgrado i rovesci di Taranto e di Matapan, la flotta italiana continuò coraggiosamente
a combattere, contrastando il nemico in ogni mode e proteggendo il traffico sempre più intenso con la Libia, ove andavano maturando importanti
avvenimenti. Fu anzi al suo sacrificio eroico, alla sua tenacia, che dobbiamo le vittorie in Africa Settentrionale del 1941. Vi fu infatti un momento in cui,
dopo i colpi della « X Mas » contro Alessandria e Gibilterra, la proporzione delle forze tornò a giocare a nostro favore. Ma fu una grande occasione
che non sapemmo cogliere. In Atlantico vanno segnalate, sempre in questo
periodo, oltre alle numerose vittorie dell'arma sottomarina germanica e italiana di cui faremo cenno
negli episodi più salienti, le imprese degli [incrociatori Corspt.,tedeschi Scheer », « Scharnhorst » e
della epica e tragica fine della « Bismark » subito dopo la clamorosa vittoria riportata sulla corazzata
inglese « Hood ».
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