2a Guerra Mondiale 1941-2


Inno Russia 


Guerra aeronavale
nel mediterraneo



Il Mediterraneo orientale fu, per tutto il primo semestre del 1941, il principale teatro di guerra. Dalla Grecia a Creta, dall'Africa Settentrionale all'Egeo, importanti operazioni aero-navali si svolsero, in questo settore, con alterne vicende e con alterna fortuna. Sul mare, alla fine di marzo del 1941, fu combattuta la battaglia di Gaudo e Matapan. Nella cartina sono tracciate le rotte seguite dalla nostra squadra che ebbe l'audacia di penetrare fin nel cuore delle posizioni nemiche impegnando a fondo la squadra inglese che a Gaudo stimò opportuno sottrarsi al combattimento.

Guerra aeronavale nel Mediterraneo


Mentre in Mediterraneo ed in Africa Settentrionale si combatteva ancora aspramente, le campagne di Grecia e di Jugoslavia volgevano all'epilogo. La Jugoslavia, attaccata con decisione e valore dalle nostre truppe e dalle formazioni corazzate tedesche congiunte con nuclei Ungheresi e Bulgari, crollava immediatamente senza poter ostacolare l'avanzata dei soldati dell'Asse. Anche le truppe greche, logorate nei combattimenti invernali si disfacevano completamente, nonostante gli aiuti inglesi, Terminava così una delle più dure e sanguinose campagne della nostra guerra. Nel frattempo, la Terra aero-navale combattuta nel Mediterraneo richiedeva ai comandi avversari la soluzione di problemi specialissimi, così in campo tattico come in campo strategico. Va osservato, innanzitutto, che le basi britanniche erano dislocate alle due estremità del grande bacino: a Gibilterra da una parte e ad Alessandria dal Paltra. Le rimanenti basi, da Malta a Suda, da Cipro ai porti palestrinesi, erano infatti 1tali da poter ospitare sporadicamente formazioni navali di una relativa consistenza o per la inadeguatezza dei loro impianti o per la loro vulnerabilità da parte dell'aviazione. Questa circostanza metteva quindi gli inglesi nella necessità di mantenere forze pressappoco equivalenti ai due estremi del Mediterraneo per poter contrastare efficacemente, da una parte e dall'altra, eventuali azioni italiane. L'Italia. invece, sistemata come una displuviale fra i due bacini, occidentale e orientale, poteva spostare con una certa rapidità il grosso della sua flotta nell'uno e nell'altro settore, appoggiandosi principalmente sulle tre basi di Taranto, La Spezia e Napoli, nonché sulle basi minori di Augusta, della Maddalena, di Brindisi e di Messina. Questa favorevole situazione strategica, spiega perché la nostra Marina, pur essendo quantitativamente inferiore a quella britannica, potè garantire per tutta la durata del conflitto i collegamenti con le truppe impegnate in Libia e quelli con la Sardegna, la Corsica, i Balcani, e la Grecia, malgrado la pericolosa spina di Malta proprio al centro delle correnti del traffico navale. C'era però un grosso inconveniente. Gli inglesi, proprio per la loro posizione eccentrica, potevano provvedere alle necessità di rifornimento quasi senza rischiare la perdita di navi. E difatti, specialmente dopo la caduta dell'Impero, poterono alimentare il fronte egiziano attraverso il Mar Rosso, fuori da ogni minaccia italiana. La situazione strategica apparirà tuttavia molto meno rosea per gli italiani, se si pensa come nella guerra moderna (e le due battaglie di Capo Teulada e di Capo Matapan l'avrebbero dimostrato) un'operazione navale possa svolgersi con una buona probabilità di successo solo se appoggiata dall'aviazione e da un sistema perfetto di comunicazioni, di ricognizione e di avvistamento. Questa cooperazione fra navi ed aerei a noi fece spesse volte difetto, mentre fu perfetta da parte britannica. La prima causa di questa inefficienza, che talvolta ebbe aspetti drammatici, va, ricercata anche nella mancanza di navi portaerei. Nello scontro notturno di Capo Matapan, che ci costò in pochi minuti la perdita di tre incrociatori e di due caccia, noi fummo anche superati tecnicamente dall'avversario, il quale aveva già il radar a bordo delle sue unità maggiori e poté così avvistare e distruggere le nostre navi. « Una lotta fra ciechi e veggenti », così fu definito quello scontro drammatico.
Per quanto riguarda il Mediterraneo, tre importanti avvenimenti, oltre ai minori episodi che ebbero per protagonisti gli aero-siluranti, i mezzi d'assalto e i sommergibili. Il primo, che fu anche, il più grave e il più triste, avrebbe potuto avere irreparabili conseguenze su tutto l'andamento dalla guerra: l'incursione notturna dei bombardieri e degli aero-siluranti britannici sul porto di Taranto. Per l'inefficienza dei nostri apprestamenti di sicurezza, per la piena riuscita dell'elemento sorpresa, per la novità dei siluri a doppio acciarino, l'operazione ci inflisse perdite gravissime: tre siluri colpirono la Littorio, uno la « Duilio » e la « Cavour », mentre due bombe colpirono (ma senza esplodere) l'incrociatore « Trento » e un caccia. Se la «Littorio » e la « Duilio », dopo alcuni mesi di lavori, poterono tornare in squadra, non fu così per la Cavour », che rimase inefficiente fino al termine del conflitto. In una notte, comunque, la forza navale italiana, per il colpo contro tre grandi navi, era ridotta a meno della metà. Due sole corazzate, la « Vittorio Veneto » e la « Cesare » (la « Dori» » era in riparazione alla Spezia) risultavano infatti in grado di tenere il mare. Tuttavia, a pochi giorni dall'attacco, la flotta diede una grande prova della sua capacità di ripresa, affrontando con le corazzate superstiti e con gli incrociatori, una grande formazione navale avversaria in navigazione nel Mediterraneo occidentale verso Malta, a scorta di un convoglio. Quello scontro, la battaglia di Capo Teulada, se non si risolse (come forse sarebbe stato possibile con maggior decisione) in una grande vittoria, confermò la presenza vigile e pronta della nostra flotta, malgrado le perdite di Taranto. A Capo Teulada le due corazzate, con la scorta di due divisioni di incrociatori e di caccia, impegnò una formazione navale inglese che si poggiava su due corazzate, la « Renown » e la « Ramilles ». Non vi furono affondamenti. Da parte italiana risultò seriamente colpito il caccia « Lanciere », salvato con una brillante operazione. Da parte britannica furono dannegggiati un incrociatore tipo « Machester » e l'incrociatore « Berwik ». Il terzo avvenimento è conosciuto sotto il nome di « Battaglia di Gaudo e Matapan ». Quella che avrebbe dovuto essere un'azione di sorpresa della flotta italiana nell'Egeo si risolse, anche per interferenze criminose ormai comprovate da varie testimonianze, in un amaro scacco. Perdemmo, allora, tre dei nostri migliori incrociatori, in uno scontro notturno, completamente fortuito. La stessa « Vittorio Veneto », colpita da un siluro corse il rischio di affondare e solo la perizia dell'ammiraglio Jachino, sfortunato protagonista dello scontro, riuscì a portarla in salvo. Tuttavia, malgrado i rovesci di Taranto e di Matapan, la flotta italiana continuò coraggiosamente a combattere, contrastando il nemico in ogni mode e proteggendo il traffico sempre più intenso con la Libia, ove andavano maturando importanti avvenimenti. Fu anzi al suo sacrificio eroico, alla sua tenacia, che dobbiamo le vittorie in Africa Settentrionale del 1941. Vi fu infatti un momento in cui, dopo i colpi della « X Mas » contro Alessandria e Gibilterra, la proporzione delle forze tornò a giocare a nostro favore. Ma fu una grande occasione che non sapemmo cogliere. In Atlantico vanno segnalate, sempre in questo periodo, oltre alle numerose vittorie dell'arma sottomarina germanica e italiana di cui faremo cenno negli episodi più salienti, le imprese degli [incrociatori Corspt.,tedeschi Scheer », « Scharnhorst » e della epica e tragica fine della « Bismark » subito dopo la clamorosa vittoria riportata sulla corazzata inglese « Hood ».


6 aprile 1941 - Le truppe italo-tedesche iniziano il formidabile attacco alla Jugoslavia che avrebbe visto, in pochi giorni di guerra, la dissoluzione del regno dei serbi-sloveni e croati. Gli italiani iniziarono l'offensiva partendo dalle loro basi nella Venezia Giulia. Una forte colonna puntò subito su Lubiana, mentre un'altra, proveniente da Fiume, operò un'audacissima puntata verso sud, costeggiando la Lika e la Dalmazia. Le resistenze serbe furono sporadiche ma notevoli. Comunque non riuscirono ad ostacolare o a ritardare l'avanzata italo-tedesca. Nella foto in alto ostacoli anticarro predisposti dagli jugoslavi alla frontiera giulia. Nella foto in basso carri armati leggeri italiani avanzano lungo la costa dalmata dopo aver superato le prime resistenze.

Terre redente




Nella foto in alto bersaglieri motociclisti, avanguardie di una colonna mista del presidio di Zara escono dalle fortificazioni della italianissima città per ricongiungersi a Knin con le forze della II armata provenienti da Fiume. Impegnate in duri combattimenti, le forze di Zara reagirono brillantemente e il 14 aprile veniva operato il ricongiungimento. Zara era stata sottoposta a gravi bombardamenti e gran parte della sua popolazione civile era stata evacuata prima dell'inizio delle ostilità. Nella foto al centro un marinaio di guardia dinnanzi ad un cacciatorpediniere della marina jugoslava catturato in un porto della Dalmazia. Solo alcune piccole unità jugoslave riuscirono a passare il Canale di Otranto e a ricongiungersi con la flotta inglese. Nella foto in basso Messa al Campo nel porto di Ragusa. In alto a destra il tricolore sale sul torrione del castello di Lubiana, occupata l'11 aprile. In basso a destra Aprile 1941 Marinai del Battaglione San Marco sugli spalti veneti di Veglia, alzano il tricolore dopo un'attesa dorata vent'anni. La popolazione dell'Isola era stata duramente perseguitata, per i suoi sentimenti di italianità, dai croati, come del resto le grandi comunità italiane di tutta la Dalmazia.


Il disastro jugoslavo ebbe importanti conseguenze politiche e militari. Militarmente diede all'Asse il completo controllo dell'Adriatico e dei Balcani. Politicamente portò allo smembramento dell'artificioso regno dei Karageorgevic. La Croazia, che mal sopportava il giogo serbo, fu resa indipendente, sotto la guida di Ante Pavelic, capo del movimento re Ustascia, filo-fascista. Successivamente venne deciso che sul trono croato si sarebbe assiso un principe di Casa Savoia, Aimone, Duca di Spoleto. La Slovenia fu spartita - la Carinzia meridionale venne annessa al Reich, Lubiana, con il resto del territorio fu passato all'Italia e costituì una provincia a statuto speciale. Parte della Dalmazia, comprendente le zone di Sebenico, Spalato e Cattaro, nonchè la maggioranza delle isole, venne annessa all'Italia, secondo l'antico voto delle sue popolazioni e costituì un Governatorato. Il Montenegro, che era stato assorbito dalla Jugoslavia dopo la prima guerra mondiale, tornò indipendente. Al banchetto parteciparono anche l'Albania (che ebbe i territori abitati da popolazioni schipetare), l'Ungheria, che riebbe il Sanato, e la Bulgaria che si ingrandì in Macedonia, rifacendosi dei territori persi con le guerre balcaniche e con i trattati del 1919. Nella foto in alto truppe italiane a Spalato. La città fu raggiunta dalle nostre truppe il 16 aprile 1941. L'accoglienza della popolazione fu molto cordiale, in questa città romana e veneta, che fino al 1882 era stata amministrata da un comune italiano, presieduto dal patriota Antonio Baiamonti. Nella foto in basso un reparto italiano a Lubiana.


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