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2a Guerra Mondiale 1941-19 |
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Inno USA |
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L'offensiva dell'Asse dall'Artico al Pacifico |
![]() Alla fine dell'agosto 1941, dopo due mesi dì continue, vittoriose offensive, l'esercito tedesco era ormai attestato ad oltre cinquecento chilometri dalle sue basi di partenza. Nel settore centrale del fronte, ove si era registrata la massima penetrazione, le armate di von Bock e di von Leeb avevano raggiunto Veliki Luki, Newel, Vitebsk, Smolensk e Mogilev, minacciando ormai da vicino la stessa capitale sovietica. A nord, dopo l'occupazione della Lituania, della Lettonia e dell'Estonia, si combatteva sul Luga, cioè nelle immediate vicinanze di Leningrado, sulla quale puntavano anche le armate finniche provenienti dalla Carelia. A sud, infine, mentre Odessa era ormai praticamente accerchiata e già le truppe tedesche cercavano di tagliare l'istmo di Perekop per investire la Crimea, Kiev, serrata in una ferrea morsa, poteva considerarsi perduta per i sovietici, malgrado la ostinata resistenza del maresciallo Budienny. E fu appunto nel settore meridionale che, nell'autunno del 1941, si svolsero i maggiori combattimenti e si registrarono i principali successi tedeschi, mentre Hitler andava preparando quello che, nelle sue speranze, doveva essere il colpo decisivo al cuore della Russia. Nella cartina il fronte meridionale con la zona petrolifera georgiana principale obiettivo dell'offensiva. |
L'OFFENSIVA DELL'ASSE DALL' ARTICO AL PACIFICO
Alla fine di agosto, cioè dopo appena due mesi di guerra, i tedeschi erano giunti a poco
più di cento chilometri da Mosca. La loro penetrazione in territorio nemico era avvenuta con
una rapidità impressionante, superiore perfino a quella che aveva contraddistinto le operazioni
in Francia e in Polonia. E, come allora, i tedeschi, avanzando, avevano accerchiato e distrutto
intere armate avversarie, fiaccando, come almeno sembrava la forza di resistenza
dell'esercito sovietico. Ma quando già il mondo attendeva la notizia dell'attacco risolutivo su Mosca,
senza che nessuno si sentisse di pronosticare un successo difensivo dei russi, la gigantesca
battaglia assunse un ritmo e un andamento diverso. Infatti i tedeschi, malgrado alcuni successi
clamorosi, sul fronte centrale sembravano irretiti da una gigantesca ragnatela e si muovevano con
impaccio, quasi i loro riflessi fossero appesantiti dalla stanchezza di sessanta giorni d'avanzata.
Questo rallentamento, questo impaccio, apparentemente inspiegabili erano dovuti invece,
ad un progressivo irrigidirsi della resistenza sovietica, reso possibile dall'afflusso di forze
fresche che andavano sostituendo sul fronte le truppe ormai esaurite dall'interminabile ritirata e
dalla perdita di quasi tutti i loro materiali pesanti. Di fronte a questa resistenza imprevista, il
comando supremo tedesco, volle risolvere la partita con due grandi operazioni apparentemente
slegate fra loro ma rispondenti ad un disegno strategico unitario. Perciò, mentre sul fronte di
Smolensk le truppe segnavano il passo e limitavano la loro attività ad un lento miglioramento
delle loro posizioni, i tedeschi spostarono il grosso delle forze negli scacchieri settentrionale e
meridionale. Nel settore settentrionale del fronte c'era una grossa posta in palio:
Leningrado, ex capitale zarista, centro fra i più grandi dell'industria
sovietica, popolata da quattro milioni di abitanti, cui si erano aggiunti negli ultimi mesi più
di un milione di profughi. Fu dunque contro questa città che si sviluppò la massiccia forza
d'urto del gruppo di armate del maresciallo Ritter von Leeb, coadiuvato a nord dalle forze
finlandesi del maresciallo Mannerheim. L'attacco sembrava promettente, anche perché la città, per
la vicinanza del confine finnico era esposta ad una duplice minaccia: mentre i tedeschi
avanzavano dall'Estonia ormai completamente occupata, i finnici potevano sviluppare un'azione di
accerchiamento da nord e da oriente. Le operazioni preliminari di investimento della grande
metropoli russa si svolsero con pieno successo. Voroscilov, che aveva il comando dello
scacchiere, si trovò ben presto dinnanzi allo spettro del totale accerchiamento e quindi della fame e
dell'esaurimento. Ma, contro ogni previsione, la città non cadde e l'inutile assedio germanico si
protrasse per oltre due anni. Molto meglio si svilupparono le operazioni
dell'esercito tedesco, al cui fianco si erano schierati romeni, ungheresi, slovacchi e italiani, sul
fronte ucraino. Qui, dopo una testarda ma inutile difesa, il maresciallo Budienny fu costretto
a sgomberare Kiev, poi ad abbandonare il bacino del Dnieper, poi a ritirarsi fino a Rostov.
Anche Odessa, la grande base navale del Mar Nero, dopo due mesi di assedio dovette
capitolare. Le perdite subite dai russi in questo settore, furono gravissime. Ma ancor più grave era la
situazione in cui l'avevano messi gli attacchi tedeschi. Infatti, con l'avanzata su Kiev,
Poltava, Carcov, Rostov e degli italiani su Stalino e altri centri industriali del bacino del Donez, i
tedeschi erano giunti non soltanto in vista della Crimea, che attaccarono attraverso l'istmo di
Perekop, occupandola quasi completamente, ma avevano anche raggiunto le foci del Don, dalle
quali si profilò una gravissima minaccia alle regioni petrolifere di Batum, obiettivo fra i più
ghiotti per la grave crisi dei carburanti che tormentava l'esercito germanico. Senza contare che,
con l'imminente caduta di Sebastopoli, si sarebbe trovata in una crisi senza soluzione anche la
flotta sovietica del Mar Nero, la quale, priva di basi, avrebbe dovuto scegliere fra l'autoaffondamento e l'internamento nei porti turchi.
Questa, in breve, la situazione degli opposti eserciti alla vigilia dell'inverno, mentre già la
immensa pianura russa s'andava coprendo di neve e il gelo rallentava l'andamento delle
operazioni. E fu a questo punto, cioè alla metà di novembre, che il comando germanico ritenne
matura la situazione per tentare, dopo i giganteschi colpi di maglio a nord e a sud, l'attacco
verso Mosca. Ma l'offensiva falli ancora una volta di fronte alla difesa manovrata dell'esercito
russo. Eppure i sovietici, per ammissione dello stesso Stalin, avevano subito fino al 7
novembre le seguenti, paurose perdite: 350 mila morti, un milione e ventimila feriti.
Sul fronte del Pacifico, intanto, i giapponesi stavano dilagando in tutte le direzioni,
approfittando del duro colpo inferto a Pearl Harbour alla flotta americana. In poco più di venti
giorni, essi passarono infatti all'offensiva in Malesia, nelle Filippine, nel Borneo, a Wake, a Guam,
giungendo ad occupare, il 2 gennaio 1942, la stessa Manila e la grande base navale di Cavite.
Lo schieramento anglo-americano era dunque in una gravissima crisi. Persa Hong Kong, nulla
più si poteva opporre alle operazioni giapponesi nel Mar della Cina. Singapore stessa era ormai
in crisi e il baluardo difensivo britannico dell'Estremo Oriente si sarebbe rivelato, al primo
attacco nipponico, illusorio come uno scenario di cartapesta. Ancor peggiore, se
possibile, la situazione del comandante supremo americano nelle Filippine, che proprio in quei giorni era
stato costretto a chiudersi nell'isoletta di Corregidor, dalla quale venne evacuato, per ordine di
Washington, dai Mas della Marina. Ma se gli americani avevano dovuto subire il
disastro di Pearl Harbour, un durissimo colpo fu inferto poco dopo anche alla marina britannica,
che perse, nell'infausta giornata del 9 dicembre 1941, le due corazzate che aveva orgogliosamente
inviato a Singapore per ammonire i nipponici e dimostrare loro che la potenza del leone
britannico, malgrado i rovesci subiti in Europa, era ancora tale da permettergli la difesa ad oltranza
dei suoi possessi asiatici. E l'affondamento della «Repulse» e della «Prince of Wales» era
soltanto il preludio a quella battaglia di Giaya che avrebbe segnato la distruzione delle forze
inglesi, statunitensi e olandesi nei mari della Sonda. |
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![]() Settembre 1941. In Russia l'autunno ha portato le prime piogge e il primo fango. I tedeschi si trovano così a dover affrontare una serie di difficoltà logistiche, aggravate dalla mancanza di strade. Nella foto un traino d'artiglieria semisommerso nel fango.
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![]() La perdita di tutti, i porti baltici ad eccezione di Hanko e di Kronstadt, costrinse la flotta sovietica a rifugiarsi nell'interno del golfo di Finlandia, rinunciando a disturbare il traffico tedesco via mare. Il comando germanico potè così avviare attraverso il Baltico i rifornimenti per le truppe del maresciallo von Leeb. Nella foto da una nave tedesca è sbarcato un contingente di truppe fresche da avviare verso il fronte, mentre in speciali gabbie vengono imbarcati i feriti da sgomberare.
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![]() Un eccezionale documento fotografico: l'obiettivo è riuscito a riprendere il bombardamento di due convogli ferroviari sovietici da parte dell'aviazione tedesca. Nei cerchietti contrassegnati dal numero 1) sono visibili le bombe lanciate dagli apparecchi. Nel cerchio contrassegnato dal numero 2) si scorge il personale del treno che, sorpreso dall'incursione, cerca scampo nella fuga.
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![]() Gli effetti distruttivi delle artiglierie anticarro germaniche trovano conferma in questa fotografia. Un carro armato sovietico, centrato in pieno, è stato sollevato in aria e quindi rovesciato da un colpo da « 88 ».
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![]() Renne e aeroplani sul fronte finlandese. Sembrano il simbolo di due epoche e di due mondi, ma durante il lungo inverno nordico, mentre la macchina modernissima sarà paralizzata dal gelo, le renne continueranno a rendere preziosi servizi ai combattenti. |
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| 18 settembre 1941. Già negli ultimi giorni di agosto i tedeschi, continuando nella loro offensiva, avevano approfondito la loro penetrazione verso oriente, a sud e a nord di Kiev. Il maresciallo Budienny, dopo un'ostinata difesa, era stato costretto a ordinare la ritirata al di là del Dnieper, pur tentando di conservare alcune teste di ponte sulla sua sponda occidentale. I tedeschi, però, impedirono che la manovra sovietica fosse compiuta con successo e si portarono rapidamente all'inseguimento del nemico in fuga lungo la grande ansa del fiume. Fu investito così uno dei più ricchi bacini minerari dell'URSS, ove il governo sovietico aveva fatto sorgere le fabbriche gigantesche del «kombinat» del basso Dnieper. Nel quadro di queste operazioni si registrò la conquista di Dniepropetrovsk (l'ex Jekaterinoslav ove venne massacrata la famiglia imperiale russa nel 1917) che i sovietici diedero alle fiamme prima dell'abbandono. Si giunse così, alla metà di settembre, ad una nuova gigantesca battaglia di annientamento che ebbe per epicentro Kiev, ormai quasi circondata, ma che si sviluppò fra il Bug, il Diepner e la Desna. Alla sua conclusione i tedeschi poterono mettere all'attivo, oltre che la conquista di Kiev, la distruzione di un intero gruppo di armate sovietiche. Nella foto a sinistra le truppe tedesche entrano a Kiev. A destra il Feld Maresciallo von Reichenaid. comandante l'armata che, superata la linea Stalin, puntò su Kiev. |
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| 2a guerra mondiale | 1933-1934 | 1935-1936 | 1937 | 1938-1939 | 1940 | 1941 | 1942 | 1943 | 1944 | 1945 |
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