2a Guerra Mondiale 1941-17


Pearl Harbour 7 Dicembre 1941


Inno Svezia 



Oltre alle corazzate affondate, le altre navi da battaglia presenti nel porto subirono tutte danni più o meno gravi. La « Tennessee » si incendiò per
la vicinanza dell'« Arizona » che era saltata in aria. Meno gravemente colpite la « Pennsylvania » e la « Maryland ». Fra gli incrociatori risultarono
danneggiati l'« Helena », l'« Honolulu » e il « Raleigh ». In complesso, diciannove unità, tra affondate e danneggiate potevano considerarsi perdute.
Ma molte altre avevano subito danni sensibili, tali comunque da diminuirne la capacità bellica per parecchi mesi. Nella foto la corazzata « Tennessee » avvolta dai fumi di un grande incendio. Dinnanzi alla corazzata, semiaffondata è la « Arizona ».


Se le perdite di navi e di aerei nell'attacco su Pearl Harbour erano stati gravissimi, non meno dure erano le perdite subite a causa degli attacchi
aerei giapponesi sulle istallazioni militari, sui depositi e sui magazzini del porto. I morti americani nella terribile giornata furono 3077 per la marina
e 306 per l'esercito. I feriti ammontarono a circa un migliaio complessivamente. Fra il naviglio minore distrutto o gravemente danneggiato nell'attacco, vanno ricordati tra l'altro i caccia « Bowness », « Cassin » e « Shaw », quest'ultimo addirittura privato della prua da una bomba, il posamine
oceanico « Ogdala », le navi ausiliarie « Curtiss » e « Vestal », nonchè un grande bacino di carenaggio galleggiante. Nella foto in primo piano una
unità ausilaria rovesciata; a sinistra un incrociatore tipo « Honolulu» gravemente danneggiato: sullo sfondo, depositi di nafta in fiamme.

Durante la prima ondata d'attacco giapponese cento aerei furono lanciati esclusivamente contro gli aeroporti dell'isola, per impedire l'azione di contrasto contro gli aerosiluranti ed i bombardieri che attaccavano la flotta statunitense. Nell'azione furono distrutti al suolo 423 aerei americani. Nella foto in alto a sinistra la base di Hickham Field dopo l'attacco della seconda ondata giapponese. In concorso con le forze aeree operarono nelle Hawai anche 5 sommergibili « tascabili» nipponici. Nel corso della missione 4 di essi furono distrutti ed 1 catturato (nella foto in basso a sinistra). A Pearl Harbour erano presenti ottantasei unità della marina americana. Nove di esse furono affondate ed altre dieci tanto gravemente danneggiate da essere considerate perdute. La corazzata « Arizona » fu distrutta dall'esplosione dei depositi di munizioni; l'« Oklahoma », la « California » e la « Utah » colpite da siluri e da bombe, si capovolsero. Nelle foto in alto a destra le sovrastrutture della corazzata « Arizona.», posata sul fondo. Nella foto al centro due corazzate tipo « California » in fiamme: una di esse, la « West Virginia», colpita da sette siluri e tre grosse bombe, affondò con quasi tutto l'equipaggio. Nella foto in basso tragica sorpresa l'ammiraglio americano fu subito sostituito dall'ammiraglio Nimitz e deferito alla corte marziale.


L'attacco, iniziato alle 7,55 del mattino e condotto dagli aerei giapponesi con estrema decisione, termino alle 13,30, dopo cinque ore e mezzo di martellamento quasi ininterrotto. A quell'ora l'ultimo apparecchio prese la via del ritorno, per raggiungere le sei portaerei della squadra che nel frattempo avevano invertito, la rotta e puntavano su Wake, altra base americana del Pacifico, per distruggerne le istallazioni. Le perdite giapponesi, soprattutto se confrontate ai risultati raggiunti, furono irrisorie. Oltre ai cinque sommergibili tascabili cui abbiamo già accennato, i giapponesi persero, ad opera della caccia e della contraerea americana, solo 27 apparecchi dei 424 impiegati. Nella foto in alto la chiglia ed una delle gigantesche eliche della corazzata « Utah », rovesciatasi dopo il siluramento. In basso la terrificante esplosione sul cacciatorpediniere americano « Shaw ».



Conflitto cino-nipponico: le vittime più innocenti.

L'offensiva Inglese
su
Tobruk e Bengasi



19 novembre 1941. Seconda offensiva inglese in Libia. I britannici, che avevano tentato invano, nel giugno, di sfondare le difese italo-tedesche sulla linea Sollum-Bardia e che erano stati respinti con gravi perdite, tentarono con questa impresa di realizzare un piano più ambizioso di quelli contemplati nelle precedenti offensive: distruggere le forze dell'Asse e realizzare, se possibile, la completa occupazione della Libia. Come l'« Offensiva dei tre Cunningham », pur ottenendo importanti risultati sul piano tattico, non potè raggiungere il successo finale a causa della tenace resistenza delle forze italiane e tedesche e come, alla fine di gennaio, la situazione si rovesciò completamente. Nella cartina la seconda fase dell'offensiva britannica, dopo la battaglia di rottura in Marmarica e la liberazione di Tobruk assediata fin dall'aprile dalle forze italo-tedesche.

L'OFFENSIVA INGLESE SU TOBRUK E BENGASI

Dopo la fallita offensiva africana di mezzo giugno, il comando britannico s'era reso conto che la comparsa in Libia dell'Afrika Korps di Rommel e l'afflusso dei rinforzi italiani, tra i quali essenziale la divisione corazzata « Ariete », avevano sostanzialmente modificato il rapporto di forza. Erano cioè passati i tempi in cui alle forze meccanizzate di Wawell si opponevano le masse di fanteria di Graziani, che malgrado prodigi di valore e di tenacia avevano dovuto soccombere dopo una disperata difesa. Ai carri britannici facevano fronte i carri italiani e tedeschi; ad una strategia basata sulla mobilità delle masse d'urto e sul volume di fuoco s'opponeva un identico concetto operativo, moderno, rapido, nuovo. E, per giunta, le forze dell'Asse erano ora comandate da un uomo che si era già rivelato su altri campi di battaglia, un classico manovratore ma che proprio sulle sabbie africane avrebbe colto i suoi allori più fulgidi: Rommel. Perciò, quando da Londra si decise l'offensiva invernale, il comando dell'armata del Nilo volle essere ben sicuro, in base ad un calcolo preventivo delle forze in campo, di essere in grado di sferrare un attacco decisivo tale da risolvere la campagna con l'espulsione degli italo-tedeschi dalla Libia o, quanto meno, di neutralizzarne le velleità offensive per un lungo periodo di tempo. Del resto, per dichiarazione unanime dei comandanti britannici, risulta che quell'offensiva, più che alla liberazione di Tobruk, stretta ormai da più di sei mesi da un tenace assedio (ma ancora in grado di resistere a lungo per i rifornimenti che le giungevano dal mare), più che alla conquista di una fetta grande o piccola della Cirenaica, tendeva alla « distruzione dell'avversario ». Ma la partita che i « tre Cunningham » avevano deciso di giocare in Marmarica avrebbe potuto avere anche importanti contraccolpi in altri scacchieri della guerra. In primo luogo, attirando in Libia forze e mezzi dell'Asse, si sarebbe alleggerita la pressione sul fronte russo, secondo le richieste di Stalin. Poi, con il possesso dei porti di Tobruk, di Bengasi, di Derna (e forse di Tripoli) la migliorata posizione della marina britannica, avrebbe anche potuto determinare un rovesciamento della situazione nell'intero bacino Mediterraneo, specialmente se, come Churchill sperava il tracollo dell'Asse avesse indotto gli incerti generali dell'Africa settentrionale francese, legati a Vichy, a passare con De Gaulle. Quando la mela africana sembrò matura, venne l'ordine di attaccare. La situazione, in cifre, era la seguente: mille apparecchi inglesi (metà da caccia e metà da bombardamento) contro circa trecento apparecchi italiani e tedeschi; dodici divisioni alleate di prima e seconda schiera, con circa un migliaio di mezzi blindati pesanti e medi contro dieci divisioni dell'Asse (tre tedesche e sette italiane) con un totale di appena 557 carri armati (di cui 308 italiani). Se si aggiunge che la marina britannica poteva appoggiare dal mare le operazioni terrestri, mentre ai nostri mancava anche quest'aiuto, in quanto la marina italiana era tutta impegnata nella protezione dei convogli, apparirà evidente che l'offensiva britannica non poteva iniziarsi sotto migliori  auspici, tanto da giustificare l'attesa di Churchill di « una pagina di storia pari a quelle di Blenheim e di Waterloo ». Ma fin dal primo giorno, 19 dicembre 1941, gli inglesi s'accorsero che le cose non andavano secondo i piani prestabiliti. La battaglia di rottura fra Sollum, Bardia e l'Halfaya fallì sulle prime linee italiane e tedesche. La mossa avvolgente su Sidi Omar si risolse in un mezzo disastro. Le forze dell'Asse, anzi, malgrado la loro grave inferiorità numerica, poterono permettersi nei primi giorni il lusso di numerose azioni di contrattacco.  Ma i « tre Cunningham » insisterono nello sforzo logorante, anche se in poco tempo ben due brigate corazzate, con i loro generali, erano state distrutte o catturate. E, non potendo avere ragione della strenua resistenza del campo trincerato di confine, rafforzato da estesi ed insidiosi campi minati che rendevano difficile e pericolosa la manovra dei carri armati, tentarono nuovamente la carta dell'accerchiamento, fallita una prima volta a Sidi Omar. Ma anche qui non ebbero fortuna: a Bir el Gobi i giovani fascisti della Divisione Volontari li fermarono in una memorabile battaglia di arresto che vide ancora schierati contro le corazze dei carri i petti di un pugno d'eroi. Anche nel cielo, malgrado l'inferiorità numerica, cacciatori e bombardieri seppero dare molto filo da torcere agli attaccanti. Anzi, ad un certo punto, presero decisamente il sopravvento, grazie ai rinforzi tempestivamente giunti  dall'Italia. Ma non basta : tutti i tentativi del presidio di Tobruk per ricongiungersi con le forze di Cunningham fallirono: le due estremità della terribile morsa che gli inglesi avevano preparato per il dispositivo italo-tedesco rimasero così aperte, consentendo a Rommel e a Bastico una rapida manovra di sganciamento perfettamente riuscita. Cosi, mentre le forze del settore Sollum, Halfaya, Bardia venivano lasciate sul posto a contrastare il passo all'avversario, a ritardarne la avanzata, ad insidiarne i rifornimenti, il grosso delle truppe motorizzate e corazzate, le truppe e i materiali impiegati nell'assedio di Tobruk e i reparti di copertura del Gebel cirenaico vennero fatti ripiegare, sfuggendo alla morsa britannica, verso la regione della Sirte. Si ripetè insomma, ma con mezzi più adeguati e anche con maggiore fortuna, l'operazione che Graziani aveva tentato l'anno prima e che era in parte fallita per le scarse possibilità di movimento delle sue truppe. Ma, anche con questa decisione (che poi si rivelò saggia e intelligente) dei comandi italo-tedeschi, l'offensiva dei « tre Cunningham » non si sviluppò con una rapidità maggiore di quella delle prime tre settimane di lotta. E difatti, per giungere da Ain el Gazala a Derna, i britannici impiegarono ben sei giorni, dovendo superare la tenace resistenza delle nostre truppe di copertura. Un pò più rapido fu il progresso verso Bengasi, ormai sguarnita di truppe, che fu presa nel giorno di Natale. Ma a Marsa el Brega, pochi giorni dopo, l'offensiva poteva considerarsi ormai finita, per il completo logoramento dell'avversario.  Difatti, malgrado uno sforzo supremo, condotto con tutte le forze corazzate disponibili, i britannici non riuscirono a superare el Agheila, anche se gli italo-tedeschi, fra il due e il diciassette gennaio dovettero cessare la lotta nei due cacaposaldi assediati di Bardia e di Sollum-Halfaya, che non potendo contare come Tobruk sui rifornimenti dal mare, furono costretti ad arrendersi dopo due mesi di eroica resistenza. Un colpo duro, questo, sopratutto agli effetti psicologici, al quale però fece riscontro il fiasco di un'azione offensiva britannica a sud est di Agedabia, durante la quale l'avversario perse oltre centotrenta carri armati e più di mille prigionieri. L'offensiva s'era risolta in un completo insuccesso: le forze dell'Asse erano ancora in campo, più forti di prima, anzi, grazie allo sforzo logistico della marina che, superando l'insidia aerea e subacquea inglese, aveva portato in Africa, con perdite minime, numerosi convogli di rifornimenti. I britannici, invece, pur pensando di tentare ancora una volta la strada verso Tripoli, erano giunti sull'orlo del collasso militare: lo avrebbero dimostrato ben presto gli avvenimenti. « I tre Cunningham » avevano dunque pagato troppo duramente lo scotto per un'effimera operazione di conquista territoriale. Quattro giorni dopo la caduta di Sollum comincerà infatti ad Agedabia, come vedremo la fulminea controffensiva italo-tedesca.


9 novembre 1941. Le azioni di disturbo delle forze navali inglesi di base a Malta culminarono ai primi di novembre con la distruzione di un intero convoglio italiano, da parte degli incrociatori leggeri inglesi « Aurora » e « Penelope », scortati da 4 cacciatorpediniere. La formazione italiana, composta da 7 piroscafi con 6 cacciatorpediniere, di scorta diretta, era affidata alla divisione di incrociatori pesanti « Trento » e « Trieste », scortati da 4 cacciatorpediniere, al comando dell'ammiraglio Bruno Brivonesi. La divisione britannica tagliò la rotta della formazione italiana, che procedeva a bassissima velocità e senza una scorta a distanza. dal lato sinistro, mentre gli incrociatori dell'ammiraglio Brivonesi pendolavano, anche loro a bassa velocità, sul lato destro. Con 7 minuti di intenso fuoco le unità inglesi incendiarono i trasporti italiani e parte delle unità, della scorta diretta. La reazione italiana mancò del tutto perchè la divisione « Trento » accostò sulla destra allontanandosi dal nemico invece di prevenirlo. Durante l'azione, oltre ad una serie di errori di valutazione si verificò un increscioso incidente, senza precedenti nelle tradizioni di gloria della nostra Marina. Il comandante di una delle squadriglie di cacciatorpediniere, ricevuto l'ordine di attacca re le forze britanniche non lo esegui. L'ufficiale fu destituito al ritorno in porto delle unità. L'insuccesso italiano ebbe, alcuni anni dopo la fine del conflitto, strascichi giudiziari conclusisi con un clamoroso processo. Nella foto la visione del drammatico combattimento ricostruita, tramite le testimonianze dei protagonisti, dal pittore inglese Montagne B. Black.


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