
7 dicembre 1941. Dopo l'applicazione della legge « affitti e prestiti »
alla Cina, dopo le sanzioni del petrolio applicate da Stati Uniti, Gran Bretagna
e Olanda, dopo il congelamento dei crediti giapponesi, dopo la chiusura del Canale di Panama al naviglio nipponico, non restava altra via al
Giappone che cercare una soluzione di compromesso con gli USA o rompere il cerchio con la guerra. Con l'avvento del ministero Tojo la politica
nipponica si fece più risoluta e mentre Nomura e Kurusu trattavano a Washington cozzando contro l'intransigenza rooseveltiana, lo stato maggiore della
flotta giapponese preparava in gran segreto i suoi piani di attacco. Così, all'alba del 7 dicembre, dopo una grave risposta negativa degli Stati Uniti
alle proposte di compromesso giapponesi, una grossa squadra nipponica, al comando dell'ammiraglio Nagumo, partita il 26 novembre da un
ancoraggio delle isole Kurili, fu in grado di sferrare, completamente di sorpresa, il primo attacco alla più grande base americana del Pacifico: Pearl
Harbour. Non si trattò di un'azione navale classica, basata sul tiro navale ma di un colpo sferrato dagli aerei siluranti e da bombardamento dislocati
sulle sei portaerei della squadra. Nella cartina la rotta della squadra di Nagumo fino al punto in cui, a circa 150 miglia dall'isola di Oahu, lanciò le
due ondate di aerei che distrussero la squadra americana del Pacifico.

Pearl Harbour era considerata una delle più munite basi aero-navali del mondo. I suoi tre aeroporti, le numerose batterie costiere, l'ancoraggio sicuro
delle corazzate nell'interno di un vastissimo porto naturale, la mettevano, secondo l'opinione dei tecnici militari, al sicuro da ogni sorpresa. Una
rete di avvistamento radar, le ricognizioni degli aerei, le crociere protettive delle torpediniere dovevano bastare a segnalare un'eventuale incursione
e a mettere tempestivamente la base in condizione di neutralizzare l'attacco. Se ciò non accadde il giorno della sorpresa giapponese, la causa va
ricercata nell'estrema accuratezza con la quale Yamamoto e Nagumo avevano preparato l'impresa, nella fortuna che li protesse e nella trascuratezza dei
comandi americani i quali, pur essendo in stato di emergenza per quanto riguardava i sabotaggi (temuti da parte dei trentamila giapponesi che
risiedevano sull'isola), non avevano preventivato un attacco della flotta nipponica cosi lontano dalle basi metropolitane. Anzi le misure
anti-sabotaggio (apparecchi ala contro ala sui campi) aggravarono i danni dello spezzonamento
giapponese. In quanto alle usuali crociere di ricognizione degli aerei americani, va notato che quel giorno, essendo domenica, erano state sospese. E
i giapponesi, a quanto sembra, avevano prescelto il giorno dell'attacco anche tenendo conto di questo fatto, del quale erano informati tramite il loro perfetto servizio di spionaggio nell'isola. Cosi, esattamente
alle ore 7,55 del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi della prima ondata sorvolarono Pearl Harbour seminando distruzione e morte. Nell'eccezionale
fotografia, di fronte nipponica la prima ondata giapponese. Sono visibili le unità. statunitensi sotto il tiro di due aerei nipponici in azione.
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