2a Guerra Mondiale 1941-16/A


Il conflitto Cino-Giapponese


Inno Monzabico 



L'offensiva giapponese non conosceva soste. Nello stesso giorno in cui a Pechino s'era formato il governo « collaborazionista », i soldati del Mikado entrarono infatti nella capitale di Ciang Kai-scek, Nanchino, nella Cina centrale. Era un altro duro colpo alle speranze cinesi. Ma il generalissimo nazionalista non cedette. E dopo aver perso, nel febbraio 1938, la grande battaglia dell'Hoang-ho, raccolse le sue forze e tentò una disperata controffensiva. Venne battuto nuovamente, dopo un effimero successo iniziale. Nuovo scacco sanguinoso, in maggio, a Su-ciou. Non restava che un mezzo, per rallentare la spinta irresistibile dei giapponesi: la rottura delle dighe del Gran Canale. Ciang non ebbe un attimo di esitazione. Ma l'espediente non ottenne il successo sperato e aggravò senza vantaggio alcuno le già tragiche condizioni della popolazione. Nella foto dopo la conquista di Nanchino i comandanti dell'esercito vittorioso passano in rassegna le truppe.


21 ottobre 1938. I giapponesi occupano Canton. Con la conquista del grande porto della Cina, i nipponici iniziano una serie di operazioni sulla costa meridionale del continente. La conquista non è importante soltanto per i suoi effetti militari nel quadro del conflitto nippo-cinese, ma soprattutto per i suoi riflessi economici e politici all'estero. Essa completa il blocco delle coste nemiche, esclude dal commercio cinese gli occidentali, i quali malgrado la dichiarazione di blocco avevano intensificato il contrabbando, e prelude alla occupazione di una serie di basi aero-navali che da Hainan e dalle Spratley (poi dall'Indocina) miglioreranno la posizione nipponica per le operazioni di guerra contro le Filippine, l'Insulindia e Singapore.


11 luglio 1938. A pochi giorni dalla ripresa del conflitto cino-giapponese, il governo di Ciang Kai-Scek aveva stipulato con l'Unione Sovietica un patto quinquennale di non aggressione che aveva portato, tra l'altro, ad una ripresa della collaborazione fra comunisti e nazionalisti sul piano politico-militare. Questo fatto, assieme con i grossi rifornimenti d'armi ai cinesi disposti dai sovietici, aveva provocato un riacutizzarsi della persistente tensione fra nipponici e russi sul confine manciuriano. L'11 luglio 1938 si giunse ad un gravissimo incidente con l'occupazione, da parte sovietica, nelle colline di Ciang Cu-feng e conseguente controffensiva giapponese. I combattimenti durarono parecchi giorni e furono molto accaniti da ambo le le parti. Ma non si giunse alla guerra e sulla pericolosa frontiera si perpetuò la stranissima situazione che vedeva due nemici giurati armati fino ai denti ma decisi a non sparare la prima cartuccia. Nella foto soldati russi prigionieri dei giapponesi.


Per l'immensa estensione del territorio cinese, le ferrovie
avevano per i nipponici un'immensa importanza strategica. I cinesi vi si accanirono contro con ogni mezzo. Ritirandosi distruggevano ponti, viadotti, gallerie, centri di smistamento. Poi, dopo la ricostruzione giapponese, intervenivano i sabotatori disseminati nel territorio occupato. Nella foto a destra la linea distrutta dai cinesi. A sinistra : un treno nipponico passa sul binario rimesso
in esercizio con mezzi di fortuna.


Il 1939 e il 1940-41 vedono accentuarsi la pressione giapponese verso sud. Occupate le principali città sul Mar Giallo, preso saldamente possesso delle foci dei fiumi, approfondita la loro penetrazione nel'interno, i nipponici avevano infatti tutto l'interesse di mettere piede in questo estremo lembo 
del territorio cinese, non soltanto per isolare Ciang Kai-scek dalla Birmania (da dove gli giungevano ancora i rifornimenti occidentali) ma anche 
in vista dell'ormai inevitabile conflitto con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. La situazione diplomatica s'era fatta grave, infatti, non soltanto 
per i continui incidenti che avevano irritato l'opinione pubblica americana, ma anche perchè alla teoria dell' « ordine nuovo in Asia » enunciata da 
Tokio dopo l'occupazione di Canton, britannici e americani avevano reagito con veri e propri atti di ostilità. Basti dire che nel luglio 1939 Washington aveva denunciato il trattato commerciale con il Giappone in vigore da 28 anni: un gesto, questo, che aveva pressochè troncato le relazioni 
economiche fra i due paesi con la conseguente rovina di numerose ditte giapponesi. Nella foto a sinistra i giapponesi all'attacco sul confine indocinese. L'Indocina venne occupata dai nipponici nell'agosto del '40, in seguito ad un accordo fra il governo di Tokio e quello di Vichy. Nelle foto a 
destra i due protagonisti del più grave incidente diplomatico della guerra cino-giapponese, l'involontario affondamento della cannoniera americana a 
« Panay » e di alcune navi mercantili da parte delle artiglierie giapponesi. A sinstra l'ammiraglio Hasegawa che presentò le scuse di Tokio al rappresentante statunitense ammiraglio Yarnell (a destra). Nell'incidente perì anche il valoroso corrispondente di guerra italiano Sandro Sandri.

Gli armamenti nippo-americani



Abbiamo visto come nel 1939, con la denuncia del trattato commerciale nippo-americano da parte del governo di Washington, le relazioni fra l'impero
del Sol Levante e gli Stati Uniti fossero giunte ad un grado estremo di tensione. La decisione di Roosevelt equivaleva infatti ad una vera e propria dichiarazione di guerra economica, anche perchè, mentre tendevano a strangolare il Giappone e a sabotarne con « l'embargo » lo sforzo bellico sul continente asiatico, gli Stati Uniti continuavano a rifornire la Cina di armi e di munizioni, sostenendo Ciang Kai-scek con forti aperture di credito e con l'invio di volontari. Perciò, mentre in Europa s'accendeva il conflitto nel quale, una dopo l'altra, furono coinvolte Germania, Inghilterra, Francia, Olanda, Italia e Unione Sovietica, nel Pacifico la situazione si andava aggravando sempre più, accendendo una vera e propria gara degli armamenti fra Stati Uniti e Giappone. In alto la catena di montaggio degli apparecchi da caccia in una grande fabbrica aeronautica americana. In basso a sinistra uno stabilimento giapponese di costruzioni aeronautiche. A destra una visione dell'arsenale giapponese di Kobe.


I dati sull'entità delle forze di terra nipponiche allo scoppio del conflitto sono piuttosto vaghi e contraddittori, per l'estrema riservatezza con la quale si trattava, in Giappone, delle questioni militari. Dopo Pearl Harbour osservatori occidentali dichiararono a questo proposito che solo il Giappone avrebbe potuto compiere un'operazione così complessa e vasta, basata essenzialmente sulla sorpresa, senza che trapelasse la benchè minima indiscrezione. Comunque si sa che malgrado la lunga e dispendiosa campagna di guerra cinese, nel 1941 i giapponesi disponevano di almeno cinque milioni di uomini sotto le armi che avrebbero potuto agevolmente portare a otto milioni in caso di mobilitazione generale. Si trattava, poi, di un esercito di altissima qualità non soltanto per il fanatismo patriottico che animava capi e gregari ma anche per l'ottimo addestramento, lo spirito di disciplina e il buon materiale bellico in dotazione. Nella foto in alto un reparto si appresta a partire per il fronte salutato dall'entusiasmo della popolazione di Tokio. In basso Alla presenza del Tenno, sfilano le formazioni corazzate nipponiche.


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