2a Guerra Mondiale 1941-15/A


La X Mas all'attacco


Inno Benin 


Mentre sui vari fronti terrestri si combatteva già da alcuni anni, una lotta silenziosa, ma non per questo meno dura e cruenta, era stata ingaggiata 
da alcuni eroici italiani che, emulando le gloriose imprese degli assaltatori della prima guerra mondiale, si proponevano di portare l'offesa nelle più 
munite basi avversarie valendosi di mezzi insidiosi. Le prime azioni di questi uomini, riuniti in un gruppo denominato convenzionalmente « x MAS» 
fallirono per la novità tecnica dei mezzi impiegati e per l'avversità del caso. Nel 1940 infatti fu silurato nel golfo di Bomba il sommergibile « Iride », 
attrezzato per il trasporto dei cosiddetti « maiali », ed in seguito fu affondato il smg. « Gondar », anch'esso attrezzato per il trasporto dei mezzi di 
assalto. Fu allora destinato al trasporto dei mezzi lo « Scirè » (nella foto a sinistra già allestito per il suo particolare compito) al comando del C. P.
Borghese (nella foto a destra) che alla testa dei reparti subacquei della « X MAS » conseguì notevolissimi successi.

La prima missione offensiva condotta nelle acque nemiche fu compiuta nei pressi di Gibilterra dallo « Scirè » e da tre equipaggi della « X.». Purtroppo a causa di imperfezioni tecniche i « maiali» del T.V. De La Penne e del Magg. G.N. Tesei non riuscirono a penetrare nel porto avversario. Il terzo mezzo giunse a circa 70 metri da una corazzata inglese, quando per avaria affondò improvvisamente. Il comandante, T.V. Birindelli, tentò di trascinare « a mano » l'ordigno ma, provato dal grave sforzo, fu costretto ad abbandonare l'impresa ed in seguito fu fatto prigioniero. Nella foto a destra uno dei famosi « maiali » durante la revisione. I « maiali», simili nella forma a grossi siluri, erano dotati di una testa esplosiva che, staccata dal mezzo, veniva applicata sotto la chiglia della unità avversaria. A sinistra il T.V. Birindelli decorato di Medaglia d'Oro per l'azione descritta.


25-26 luglio 1941. Fin dal lontano 1935 i nostri comandi presero in considerazione il progetto di neutralizzazione di Malta, che già appariva un grave pericolo per i nostri schieramenti. A ciò furono adibite le forze di superficie della «X », che già avevano operato vittoriosamente nella baia di Suda, coadiuvate da due mezzi subacquei. Un avviso scorta e due MAS rimorchiarono di fronte alla base nemica due « maiali », destinati a far saltare le ostruzioni e ad attaccare i sommergibili inglesi alla fonda e nove barchini esplosivi, destinati ad attaccare i bersagli nel porto. Purtroppo l'azione ebbe esito sfortunatissimo. Infatti il « maiale » destinato a distruggere i sommergibili non raggiunse l'obbiettivo per avaria tecnica, l'altro comandato dal magg. G. N. Tesei, raggiunte presumibilmente in ritardo le ostruzioni fu fatto saltare dallo stesso equipaggio che immolò cosi la propria vita. Dopo l'esplosione del mezzo di Tesei, i barchini esplosivi si lanciarono all'attacco, incuranti di ogni rischio. Il S.T. A.N. Carabelli si sacrificò col suo mezzo nel tentativo di allargare la breccia nelle ostruzioni. Gli altri, ostacolati da un ponte crollato sul varco per le ripetute esplosioni furono completamente annientati dal fuoco britannico. Come scrissero gli stessi inglesi « Bastarono pochi secondi perchè più nulla si muovesse sul mare ». Nella foto un barchino esplosivo della « X » in azione.

La reazione inglese non si limitò alla distruzione dei mezzi d'assalto. Alle prime luci dell'alba infatti aerei da caccia britannici levatisi in volo da Malta mitragliarono i due MAS di scorta affondandoli. Il numero delle vittime fu così aumentato dal sacrificio degli equipaggi. Caddero il C.P. Muccagatta, comandante dell'eroica flottiglia, il C.C. Giobbe, che aveva comandato i barchini impiegati nell'azione e quasi tutti i valorosi gregari. Nelle foto da destra il com. Moccagatta, immolatosi alla testa dei suoi uomini, il com. Giobbe, il magg. Tesei, che prima di andare in azione aveva detto: «...quel che importa è che noi si sia capaci di saltare in aria col nostro apparecchio sotto l'occhio del nemico, avremo così indicato ai nostri figli e alle future generazioni a prezzo di quali sacrifici si serva il proprio ideale e per quale via si pervenga al successo ». Il cap. medico Falcomatà, che volontariamente aveva seguito in azione i suoi uomini, immolandosi con essi.

19 dicembre 1941. Dopo alcune azioni offensive contro la base navale di Gibilterra che permisero di perfezionare i dispositivi tecnici, ebbe luogo la 
più importante azione vittoriosa condotta dai mezzi d'assalto italiani durante il secondo conflitto mondiale, il forzamento del porto di Alessandria. Lo « Scirè » condusse davanti alla base inglese tre « maiali » dopo una navigazione fortunosa in cui le circostanze furono vinte dall'abnegazione e dall'elevatissimo grado di addestramento dell'equipaggio del sommergibile avvicinatore. Gli operatori, abbandonato il sommergibile, a cavallo degli ordirgni, diressero verso l'entrata del porto, sul quale vigilava un addestratissimo apparato di vigilanza, già provato dalle precedenti incursioni italiane. Approfittando dell'ingresso di alcuni cacciatorpediniere britannici, per i quali furono aperte le ostruzioni retali, i mezzi d'assalto scivolarono silenziosamente verso i bersagli. Il « maiale » montato dalla coppia De la Penne-Bianchi applicò la carica esplosiva sotto la corazzata « Valiant ». Il mezzo di Marceglia-Schergat attaccò invece la corazzata « Queen Elizabeth », quello di Martellotta-Marino una grossa petroliera carica. Gli ordigni esplosero regolarmente affondando le unità britanniche e privando la marina inglese di due preziose unità. L'affondamento di altre due grandi corazzate inglesi ad opera dei Nipponici, avvenuto quasi contemporaneamente all'azione dei sommergibili tedeschi in Mediterraneo ed a quella dei nostri mezzi d'assalto, mise in grave crisi lo schieramento navale britannico e di riflesso le forze terrestri che operavano in A.S.I.  Nelle foto a destra dall'alto il porto di Alessandria gremito di navi. In primo piano le unità francesi rifugiatesi ad Alessandria. Sullo sfondo la Valiant » e la « Queen Elizabeth ». Al centro la corazzata « Valiant ». In basso un « maiale » naviga a « quota occhiali ». A sinistra dall'alto il T. V. De la Penne, il cap. G. N. Marceglia, il cap. A.N. Martellotta. I sei operatori furono decorati di Medaglia d'Oro al V. M. al ritorno dalla prigionia.


Un osso troppo duro: Hitler e gli alleati visti dalla propaganda satirica sovietica.

Il Giappone all'attacco
dall'Asia al Pacifico



La Cina teatro della guerra cino-giapponese dal 1937 al 1945, ed il Pacifico, epicentro del conflitto nippo-americano dal 1941 al 1945.

IL GIAPPONE ALL'ATTACCO DALL'ASIA AL PACIFICO

Si son dette molte cose sullo spirito aggressivo dei giapponesi e sulla loro volontà imperialistica. Si è ironizzato, anche, sulla loro affermazione di voler istaurare nell'Estremo Oriente un ordine nuovo. Ma in sede storica, svincolati orinai dalle affermazioni aprioristiche della propaganda di guerra, bisogna riconoscere che il Popolo giapponese fu costretto alla guerra da una serie di fattori estranei in gran parte alla sua volontà ed anche alle intenzioni dei governanti. Una carta geografica e qualche dato statistico possono bastare da soli a spiegare i motivi della politica espansionistica condotta dal Giappone nell'Asia orientale e quindi, in ultima analisi, le ragioni del conflitto nippo-americano, che si innestò in quello cino-nipponico. Il Giappone è composto da alcune grandi isole e da una miriade di isole minori, dal suolo montagnoso e quindi poco adatto all'agricoltura. In tutto 382.545 Km. sui quali si ammassa una popolazione di 85 milioni di abitanti. Una densità, quindi di 226 abitanti per Kmq. E poichè, malgrado la tipica laboriosità, dei giapponesi, lo sviluppo industriale e l'estrema frugalità della popolazione nipponica, le risorse nazionali non bastavano a compensare l'accrescimento demografico, fin dal XIX secolo il Giappone dovette cercare oltre il mare uno sfogo che lo salvasse dallo strangolamento economico. Fu insomma la fame a spingere i giapponesi verso la Cina, che si estendeva con i suoi spazi immensi come una visione tentatrice. Allora il Giappone, che era riuscito ad istallarsi in Corea quasi con la benevola assistenza dei britannici e che in funzione antirussa era stato il beniamino degli occidentali 
nel 1905, divenne il pericolo numero uno della Asia. Le sue mire di conquista militare della Cina cozzavano infatti contro formidabili interessi economici britannici, americani e francesi. Questi tre paesi vedevano, nella conquista giapponese o in un accentuarsi dell'influenza di Tokio nell'immenso mercato cinese, un pericolo gravissimo per il loro fiorentissimo commercio che si svolgeva felicemente attraverso le numerose concessioni strappate ai cinesi con la forza e col ricatto. Perciò, quegli stessi paesi che avevano ridotto l'indipendenza cinese ad una formula senza significato, quando fra il 1934 e il 1937 i nipponici ripresero sul continente la penetrazione politica e militare che avevano dovuto interrompere nel 1895 dopo l'acquisto della Corea e di Formosa, si rivelarono come i più intransigenti paladini della libertà della Cina. La situazione si andò aggravando, come vedremo, dopo che, conquistata Canton, i nipponici affermarono — 1938 — che « un 'ordine nuovo » doveva essere instaurato nell'Asia orientale. Questa enunciazione faceva riscontro all'analoga decisione dei dittatori europei, poichè anch'essi si proponevano di modificare la situazione esistente nel vecchio continente secondo un'« ordine nuovo ». Avvenne così che quell'avvicinamento del Giappone all'Italia e alla Germania portò il 27 settembre 1940 al patto tripartito, in opposizione all'ormai imminente alleanza anglo-americana che fu annunciata  anche senza un vero e proprio protocollo diplomatico nell'incontro del Potomac fra Churchill e Roosevelt. Lo schieramento s'era quindi rivelato. Ben presto il Giappone, 
tuttora impegnato nel conflitto con la Cina, dovette decidersi alla grande mortale partita con il più grande dei suoi antagonisti del Pacifico: l'America.
E' ancora viva, fra gli storici e i critici militari una grossa polemica a proposito del bombardamento giapponese sulla flotta americana all'ancora nel porto di Pearl Harbour nelle isole Hawai. V'è chi sostiene che i comandi americani del Pacifico non furono messi tempestivamente a giorno dell'aggravarsi della situazione e che questo fatto determinò la tragica sorpresa fra gli Stati Uniti e il Giappone e che questo fatto determinò la tragica sorpresa del 7 dicembre 1941. C'è chi afferma, invece, che l'ammiraglio Kimmel era perfettamente informato e che la grave responsabilità del disastro ricade sulla marina e sull'esercito che non apprezzarono nella giusta misura gli avvertimenti provenienti da Washington. Infatti è noto che Roosevelt, quando il 26 novembre 1941 presentò ai giapponesi la sua risposta al progetto di compromesso dell'ammiraglio Nomura (il quale aveva offerto il ritiro delle truppe nipponiche dall'Indocina, si era dichiarato disposto a stipulare un armistizio con la Cina e si era spinto a progettare il ritiro dal patto tripartito firmato con la Germania e l'Italia) sapeva perfettamente che si trattava di una vera e propria nota ultimativa. I giapponesi non avrebbero potuto lasciarla senza risposta, a meno che non rinunciassero a tutte le loro conquiste in Cina, declassandosi a potenza di terzo rango. Perchè i giapponesi progettarono l'attacco su Pearl Harbour? La ragione è evidente: colpendo la base di Oahu, ove era stata concentrata da parecchi mesi la flotta del Pacifico, essi sapevano di poter mettere fuori combattimento, col favore della sorpresa, il grosso della forza avversaria. Deciso da parte giapponese l'attacco, restava solo da stabilire la data. Il 7 novembre Yamamoto, sentite le autorità politiche, fissò il giorno Y (come lo denominò nei suoi ordini di operazione) per l'8 dicembre, data di Tokio. Successivamente, entro il 22 novembre, le navi portaerei destinate all'impresa furono portate nelle isole Kurili. Il 25 novembre la grande squadra era al completo. Al comando dell'ammiraglio Nagumo vi erano sei portaerei, due corazzate veloci, due grandi incrociatori, un incrociatore leggero, venti caccia. Complessivamente, a disposizione della flotta erano 424 velivoli. Partenza il 28 novembre, dopo la presentazione della inaccettabile nota americana. In perfetto silenzio radiotelegrafico, la formazione giapponese, procedette, senza essere scoperta, verso l'obiettivo. Il 5 dicembre, a 8000 miglia da Oahu, la squadra ricevette il segnale convenzionale di eseguire l'attacco: « Arrampicatevi sul monte Niltaka ». Due giorni dopo all'alba, sulle ottantasei navi alla fonda nel porto di Pearl Harbour, sulle istallazioni portuali e sugli aerodromi dell'isola si scatenava da un'istante all'altro l'inferno. Erano le 7,55 del mattino e nessuno, nella base americana, aveva avuto sentore dell'attacco. Eppure non più di due ore prima un velivolo da ricognizione americano aveva affondato un piccolo sommergibile giapponese. E mezz'ora dopo un operatore al radar aveva individuato per caso un grande numero di velivoli in avvicinamento. Ma questi veri e propri colpi di fortuna non servirono a nulla. Non fu dato l'allarme. Da Washington intanto il governo americano veniva informato che alle 13 (ora corrispondente a quella dell'alba nelle Hawai) l'ambasciata giapponese avebbe fatto una definitiva comunicazione in risposta al memoriale-ultimatum di Roosevelt. Ne fu data notizia alle Hawai avvertendo che i giapponesi avevano presentato « ciò che si può chiamare un ultimatum». Ma la comunicazione, inoltrata per via radio-commerciale anzichè per telefono, giunse a Pearl Harbour alle 7 e 32 cioè 22 minuti prima dell'attacco e fu decifrata appena sette ore dopo l'ora X. Quando cioè cinque corazzate americane erano già state distrutte e altro quattro danneggiate assieme a numerose altre unità minori.


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