VITTORIE ITALIANE IN AFRICA
Nei mesi che seguirono la caduta della Francia, i due principali contendenti. Gran Bretagna e
Germania, divisi dalla Manica e dal Mare del Nord, continuarono il loro duello mortale solo
con l'aviazione e con la marina. Fu quello il periodo che viene definito dagli storici col nome
di « Battaglia d'Inghilterra » e se anche si trattò di una serie apparentemente frammentaria di
attacchi e di contrattacchi, di combattimenti fra caccia e caccia, fra bombardieri e caccia, fra
contraerea e bombardieri, il termine è pienamente giustificato. Nel cielo della Manica, nel
cielo di Londra, nel cielo di Daventry sì decise forse il conflitto. E non meno importanti furono
le operazioni sul mare ove si andava intensificando l'offensiva sottomarina.
Nel Mediterraneo e in Africa Orientale dove, in quella fase della guerra, fra il giugno
e il settembre del 1940, si svolsero le sole operazioni terrestri.In Libia, all'atto della dichiarazione di guerra non erano previste per le nostre truppe
operazioni offensive di rilievo. Si temeva infatti un attacco concentrico
dal confine tunisino e da quello egiziano. Ma, dopo l'armistizio, essendo
stata rinforzata la decima armata con gli effettivi ritirati dalla frontiera della Tunisia, lo Stato
Maggiore Italiano cominciò a ritenere possibile un attacco alle forze britanniche che in quel
momento erano particolarmente ridotte. Il governatore della Libia Maresciallo Balbo anzi, quando
fu abbattuto per un tragico errore nel cielo di Tobruk, era appunto reduce da un'ispezione alle
nostre truppe in vista di un'azione che era stata espressamente richiesta
da Roma. E il Maresciallo Graziani che il 8 luglio lo sostituì nel comando,
trovò a Cirene un telegramma che gli ordinava di attaccare il 15 luglio, mentre un successivo
telegramma gli chiedeva almeno di rivolgersi contro Sollum. Ma l'offensiva non ebbe luogo.
Graziani, così come precedentemente Balbo, riteneva infatti insufficenti le forze a sua
disposizione, sopratutto per quanto riguardava l'artiglieria, i carri armati e la motorizzazione,
mentre lo Stato Maggiore pensava ad una guerra coloniale di vecchio tipo, fondata sulla potenza
delle fanterie e sull'ausilio delle truppe camellate. Solo nel settembre Graziani attaccò
verso Sidi el Barrani, non potendo più respingere le pressanti richieste di Roma.
Stasi, dunque, in Libia. Ma stasi relativa, inframezzata dì colpi di Mano, di veloci raids
desertici, da una parte e dall'altra, di una continua lotta di pattuglie avanzate, mentre le aviazioni
contrapposte saggiavano le proprie forze in frequenti incursioni. Sul mare, intanto, il primo scontro
importante, dopo le imprese più o meno fortunate di singole unità. La battaglia di Punta Stilo, cioè,
che vide di fronte il nerbo delle due flotte e che si chiuse con la ritirata delle navi
britanniche, sorprese dalla decisione del nostro comando navale. Quindici minuti di
fuoco, in tutto. Ma in quel quarto d'ora, nello Ionio, la flotta italiana,
pur notevolmente inferiore per numero e per potenza di fuoco, dimostrò che i britannici non
possedevano il dominio del mare. Che cioè nel Mediterraneo, ogni loro Mossa avrebbe trovato
di fronte la nostra marina e che sarebbe stata pagata a caro prezzo. Lo Scontro dunque anche
se il bilancio delle perdite da una parte e dall'altra fu modesto, ebbe per l'Italia importanti
conseguenze positive. Rese possibile cioè, il costante rifornimento delle truppe operanti in Libia.
E questo « ponte » di navi non venne mai meno, per tre lunghi anni, perfino nei momenti più
critici. La battaglia di Punta Stilo, però, rivelò anche la deficiente cooperazione fra la flotta e l'arma
aerea. Questa mancata coesione non avrebbe mancato di far sentire nell'avvenire il suo peso
negativo. Rimane da esaminare, in questa rapida rassegna, la situazione dell'Africa Orientale. L'Impero, conquistato di recente e non ancora del
tutto pacificato, si trovava in condizioni critiche sviluppo del fronte, malgrado la
limitatezza delle forze, malgrado le difficoltà d'ogni genere provocate dal clima micidiale e dalle
asperità del terreno, fu proprio in Africa Orientale che si ebbero le prime riuscite operazioni
offensive delle truppe italiane. Merito del Duca d'Aosta e dei suoi generali, vera «elite» africanista
italiana, che diedero alla guerra, nei loro scacchieri, un'impronta decisa, audace, garibaldina.
Merito della brillante organizzazione che in pochissimi anni era stata data all'immenso
territorio. Merito, infine, della fedeltà degli indigeni che avevano ingrossato le limitate schiere
metropolitane. Il primo attacco fu quello su Cassala nel Sudan Anglo-egiziano. L'impresa riusci perfetta
come una manovra e non certo per la mancata reazione avversaria. Ma il sistema di
comunicazioni rapide aveva reso possibile alle nostre truppe di conseguire la superiorità tattica nel
settore prescelto e quindi l'accanita resistenza britannica si rivelò ben presto inutile. Del pari
inutile fu la resistenza di Gallaba, di Kurmuk, di Ghezzan e, nel Kenia, di Moyale e di Buma.
Dopo queste imprese di limitata importanza militare, fu la volta di un colpo più
grosso, quello contro la Somalia britannica. Per l'attacco a quel possedimento la tecnica dei colpi di mano,
attuata con successo a Cassala e nel Kenia, non poteva valere. Si trattava infatti di superare un
complesso di fortificazioni campali moderne e non già di battere in campo aperto un modesto
contingente avversario. Di conquistare una colonia e non già di occupare un villaggio.
L'offensiva venne quindi accuratamente preparata dal generale Nasi e condotta con perfetta
sincronia da tre colonne celeri, miste di nazionali e di indigeni. L'investimento delle due linee
difensive britanniche fu violentissimo e in cinque giorni di combattimenti l'avversario venne
travolto e sconfitto senza possibilità di ripresa. Non gli restava altra via che il reimbarco, sotto
il martellamento della nostra aviazione. Una piccola Dunkerque africana, dunque...Ma la potenza britannica, sopratutto in Africa,
era tale da poter reggere anche a colpi più duri. E infatti, nei mesi successivi, i nostri comandi in
Africa Orientale ebbero notizia di poderosi concentramenti inglesi su tutti gli scacchieri e
dovettero, sia pure malvolentieri, chiudere il brillante ciclo operativo che aveva portato le truppe
italiane oltre i confini, per limitarsi ad una cauta difensiva. Nei mesi successivi, purtroppo, le
generose illusioni dei primi mesi di guerra sarebbero cadute, Ma le truppe dell'Impero,
comandate dall'eroico Duca d'Aosta avrebbero scritto, anche nell'avversa fortuna, nuove pagine di
gloria.
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