2a Guerra Mondiale 1940-6/C


Inno Malesia 


Vittorie in Africa



Pur essendo rimaste completamente isolate dalla Madre Patria, le truppe italiane dislocate nell'Impero condussero, durante i primi mesi di guerra, alcune importanti operazioni offensive tendenti a migliorare la situazione strategica al confine del Sudan e del Kenia e ad eliminare la pericolosa spina nel fianco costituita dalla Somalia britannica e dalle truppe stazionanti su quel territorio. Nella cartina sono segnate le direttrici degli attacchi italiani nell'estate del 1940.

VITTORIE ITALIANE IN AFRICA


Nei mesi che seguirono la caduta della Francia, i due principali contendenti. Gran Bretagna e Germania, divisi dalla Manica e dal Mare del Nord, continuarono il loro duello mortale solo con l'aviazione e con la marina. Fu quello il periodo che viene definito dagli storici col nome di « Battaglia d'Inghilterra » e se anche si trattò di una serie apparentemente frammentaria di attacchi e di contrattacchi, di combattimenti fra caccia e caccia, fra bombardieri e caccia, fra contraerea e bombardieri, il termine è pienamente giustificato. Nel cielo della Manica, nel cielo di Londra, nel cielo di Daventry sì decise forse il conflitto. E non meno importanti furono le operazioni sul mare ove si andava intensificando l'offensiva sottomarina. Nel Mediterraneo e in Africa Orientale dove, in quella fase della guerra, fra il giugno e il settembre del 1940, si svolsero le sole operazioni terrestri.In Libia, all'atto della dichiarazione di guerra non erano previste per le nostre truppe operazioni offensive di rilievo. Si temeva infatti un attacco concentrico dal confine tunisino e da quello egiziano. Ma, dopo l'armistizio, essendo stata rinforzata la decima armata con gli effettivi ritirati dalla frontiera della Tunisia, lo Stato Maggiore Italiano cominciò a ritenere possibile un attacco alle forze britanniche che in quel momento erano particolarmente ridotte. Il governatore della Libia Maresciallo Balbo anzi, quando fu abbattuto per un tragico errore nel cielo di Tobruk, era appunto reduce da un'ispezione alle nostre truppe in vista di un'azione che era stata espressamente richiesta da Roma. E il Maresciallo Graziani che il 8 luglio lo sostituì nel comando, trovò a Cirene un telegramma che gli ordinava di attaccare il 15 luglio, mentre un successivo telegramma gli chiedeva almeno di rivolgersi contro Sollum. Ma l'offensiva non ebbe luogo. Graziani, così come precedentemente Balbo, riteneva infatti insufficenti le forze a sua disposizione, sopratutto per quanto riguardava l'artiglieria, i carri armati e la motorizzazione, mentre lo Stato Maggiore pensava ad una guerra coloniale di vecchio tipo, fondata sulla potenza delle fanterie e sull'ausilio delle truppe camellate. Solo nel settembre Graziani attaccò verso Sidi el Barrani, non potendo più respingere le pressanti richieste di Roma. Stasi, dunque, in Libia. Ma stasi relativa, inframezzata dì colpi di Mano, di veloci raids desertici, da una parte e dall'altra, di una continua lotta di pattuglie avanzate, mentre le aviazioni contrapposte saggiavano le proprie forze in frequenti incursioni. Sul mare, intanto, il primo scontro importante, dopo le imprese più o meno fortunate di singole unità. La battaglia di Punta Stilo, cioè, che vide di fronte il nerbo delle due flotte e che si chiuse con la ritirata delle navi britanniche, sorprese dalla decisione del nostro comando navale. Quindici minuti di fuoco, in tutto. Ma in quel quarto d'ora, nello Ionio, la flotta italiana, pur notevolmente inferiore per numero e per potenza di fuoco, dimostrò che i britannici non possedevano il dominio del mare. Che cioè nel Mediterraneo, ogni loro Mossa avrebbe trovato di fronte la nostra marina e che sarebbe stata pagata a caro prezzo. Lo Scontro dunque anche se il bilancio delle perdite da una parte e dall'altra fu modesto, ebbe per l'Italia importanti conseguenze positive. Rese possibile cioè, il costante rifornimento delle truppe operanti in Libia. E questo « ponte » di navi non venne mai meno, per tre lunghi anni, perfino nei momenti più critici. La battaglia di Punta Stilo, però, rivelò anche la deficiente cooperazione fra la flotta e l'arma aerea. Questa mancata coesione non avrebbe mancato di far sentire nell'avvenire il suo peso negativo. Rimane da esaminare, in questa rapida rassegna, la situazione dell'Africa Orientale. L'Impero, conquistato di recente e non ancora del tutto pacificato, si trovava in condizioni critiche  sviluppo del fronte, malgrado la limitatezza delle forze, malgrado le difficoltà d'ogni genere provocate dal clima micidiale e dalle asperità del terreno, fu proprio in Africa Orientale che si ebbero le prime riuscite operazioni offensive delle truppe italiane. Merito del Duca d'Aosta e dei suoi generali, vera «elite» africanista italiana, che diedero alla guerra, nei loro scacchieri, un'impronta decisa, audace, garibaldina. Merito della brillante organizzazione che in pochissimi anni era stata data all'immenso territorio. Merito, infine, della fedeltà degli indigeni che avevano ingrossato le limitate schiere metropolitane. Il primo attacco fu quello su Cassala nel Sudan Anglo-egiziano. L'impresa riusci perfetta come una manovra e non certo per la mancata reazione avversaria. Ma il sistema di comunicazioni rapide aveva reso possibile alle nostre truppe di conseguire la superiorità tattica nel settore prescelto e quindi l'accanita resistenza britannica si rivelò ben presto inutile. Del pari inutile fu la resistenza di Gallaba, di Kurmuk, di Ghezzan e, nel Kenia, di Moyale e di Buma. Dopo queste imprese di limitata importanza militare, fu la volta di un colpo più grosso, quello contro la Somalia britannica. Per l'attacco a quel possedimento la tecnica dei colpi di mano, attuata con successo a Cassala e nel Kenia, non poteva valere. Si trattava infatti di superare un complesso di fortificazioni campali moderne e non già di battere in campo aperto un modesto contingente avversario. Di conquistare una colonia e non già di occupare un villaggio. L'offensiva venne quindi accuratamente preparata dal generale Nasi e condotta con perfetta sincronia da tre colonne celeri, miste di nazionali e di indigeni. L'investimento delle due linee difensive britanniche fu violentissimo e in cinque giorni di combattimenti l'avversario venne travolto e sconfitto senza possibilità di ripresa. Non gli restava altra via che il reimbarco, sotto il martellamento della nostra aviazione. Una piccola Dunkerque africana, dunque...Ma la potenza britannica, sopratutto in Africa, era tale da poter reggere anche a colpi più duri. E infatti, nei mesi successivi, i nostri comandi in Africa Orientale ebbero notizia di poderosi concentramenti inglesi su tutti gli scacchieri e dovettero, sia pure malvolentieri, chiudere il brillante ciclo operativo che aveva portato le truppe italiane oltre i confini, per limitarsi ad una cauta difensiva. Nei mesi successivi, purtroppo, le generose illusioni dei primi mesi di guerra sarebbero cadute, Ma le truppe dell'Impero, comandate dall'eroico Duca d'Aosta avrebbero scritto, anche nell'avversa fortuna, nuove pagine di gloria.

L'offensiva in Egitto




Con l'armistizio francese la situazione delle truppe italiane in Libia, che era sembrata criticissima per la possibilità di un attacco simultaneo dal confine egiziano e da quello tunisino, migliorò sensibilmente. D'altra parte, fin dai primi giorni di guerra, le truppe metropolitane e indigene, respingendo con decisione alcuni attacchi britannici e stroncando alcuni colpi di mano, avevano dimostrato di essere in grado di mantenere le loro posizioni. Nella foto reparti di artiglieria e di fanteria in marcia verso il confine egiziano con obiettivo Sidi el Barrani e Marsa Matruk.


Anche reparti libici parteciparono valorosamente alla guerra in Africa Settentrionale. Queste truppe comandate da ufficiali nazionali, avevano dimostrato il loro attaccamento alla bandiera italiana già nelle operazioni di riconquista dopo la rivolta senussita e nell'offensiva in Etiopia, durante la quale furono alle dipendenze del Generale Graziani sul fronte meridionale. Nella foto truppe libiche in marcia.


Epicentro dei primi combattimenti gin Libia fu la Ridotta Capuzzo, sul confine egiziano. La posizione, che copriva la strada Sollum-Bardia, fu reiteratamente attaccata da grosse pattuglie britanniche le quali volevano saggiare la resistenza dei difensori. Nella foto artiglieria italiana in azione di fronte alla ridotta contesa.



Nei vasti territori dell'Impero era dislocato un esercito valutato a circa duecentocinquantamila uomini, fra truppe nazionali e indigene. Queste ultime, però, costituivano il nerbo delle forze a disposizione del Duca d'Aosta, che gli Inglesi avevano definito c il più risoluto dei generali italiani. Nella foto in alto sfilata dei «dubat» a Mogadiscio. I <dubat» erano divenuti popolarissimi, per le loro doti guerriere e per la loro fedeltà. Nella foto in basso una banda irregolare «Galla» operante al confine con il Sudan.



Così in Libia come nell'Impero, i cammelli e i mehara, che avevano rappresentato nelle precedenti campagne coloniali il veicolo di trasporto universale, dovettero cedere il passo alla motorizzazione. Tuttavia specialmente in Etiopia, i reparti di meharisti seppero rendersi utili in molte occasioni. Nelle due foto reparti di meharisti durante una parata.


Numerosi furono gli atti di valore compiuti dalle truppe indigene, le quali confermarono dovunque, anche in condizioni difficilissime, piena fedeltà alla bandiera italiana.
Nella foto un graduato delle truppe somale.


Il Comando italiano aveva concentrato sui fronti africani un buon nerbo di truppe motorizzate e corazzate. Ma i mezzi si dimostrarono ben presto inadeguati ai bisogni della nuova tecnica di guerra e sopratutto tecnicamente superati. Nella foto un reparto di carri armati leggeri in Africa Settentrionale.

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