L'ITALIA ENTRA IN GUERRA
Nel pomeriggio del 10 giugno il ministro degli esteri Galeazzo Ciano riceveva gli ambasciatori di
Francia e di Gran Bretagna e comunicava loro che
dal giorno seguente l'Italia si sarebbe considerata in guerra con i due Paesi. Poco dopo, dal balcone
di Palazzo Venezia, Mussolini annunciava la storica decisione al popolo italiano.
Si chiudeva cori, dopo nove mesi, la pagina della non belligeranza italiana e il turbine della
guerra si scatenava sulla Penisola. Perché l'Italia aveva scelto proprio quel momento per entrare nel
conflitto? Perché non aveva conservato la comoda posizione di attesa che aveva adottato nel settembre
del '89 e che, forse, le avrebbe dato, quale unica grande potenza europea neutrale, le più ampie
possibilità di mediazione e di manovra? La risposta a questa domanda non va ricercata nella pletora
di memoriali che è sorta in questi ultimi anni dai rigurgiti della disfatta, Meno che meno nei tanti
apocrifi testamenti mussoliniani o nella libellistica di parte. La verità vera, infatti, la potrebbe dire
soltanto Mussolini che, invece, tace per sempre. Comunque, sulla base delle varie testimonianze
degli uomini che furono più vicini al Capo del governo in quel cruciale momento della nostra
storia, pare ormai accertato che Mussolini, impressionato dai travolgenti successi tedeschi e dalla
fragilità dimostrata dal fronte delle democrazie, ritenne che la guerra si sarebbe esaurita in breve
volgere di mesi e che all'imminente crollo francese sarebbe seguita la capitolazione britannica o,
quanto meno, una pace concordata in una grande conferenza internazionale, Se l'Italia non avesse gettato
il peso delle sue armi sulla bilancia, egli pensò, assai difficilmente avrebbe potuto far valere le
proprie rivendicazioni mediterranee e africane. Non solo, ma avrebbe corso Al rischio di trovarsi
isolata in una combinazione anglo-tedesca di cui s'intravedeva con una certa approssimazione le
linee nella stessa antabiografia di Rider « Mein Kampf », combinazione nella quale non v'era
posto per terzi incomodi latini. Benito Mussolini, insomma, ebbe paura di perdere l'autobus della pace
e di rovinare, con un attimo di indecisione e di debolezza, l'edificio di potenza e di prestigio così
faticosamente e sanguinosamente costruito in Etiopia e in Spagna. Dai diari di Ciano, dalle
testimonianze dei suoi ministri e dei suoi amici risulta evidente che la decisione di intervenire nel
conflitto si maturò nella sua mente solo negli ultimi giorni, dopo un serie di crisi di fiducia che il genero
s'era industriato di volgere a favore della sua politica di neutralità intinta di anti-germanesimo e di
anglo-filia. E se alla fine, per rispetto dell'alleanza che lo legava alla Germania e per la
convinzione di creare una solida base alle fortune d'Italia, Mussolini si decise, fu anche perché i
rapporti militari dal fronte non lasciavano dubbi, la Germania, dicevano, avrebbe vinto la guerra. Non fu
dunque, come generalmente si afferma, la decisione di un uomo solo, contro il parere dei suoi
consiglieri. Fu, invece, una risoluzione presa con animo combattuto e sulla quale concordano in molti,
così al vertice come alla base. Sapeva, Mussolini, dell'impreparazione militare
dell'Italia? Anche qui bisogna sfrondare molte leggende. C'è chi parla di un Capo del Governo
perpetuamente imbrogliato dai suoi luogotenenti e tradito dai suoi generali e c'è chi afferma che
Mussolini non volle sentir ragione quando gli furono prospettate le reali condizioni delle nostre forze
armate. Ambedue le tesi sono errate. Mussolini conosceva perfettamente le possibilità della macchina
militare italiana e le capacità di resistenza del Paese. Sapeva che se la Marina poteva reggere con
onore il confronto con le forze avversarie e che se l'aviazione, tutto sommato, se la sarebbe cavata,
l'esercito era rimasto molto in arretrato, soprattutto nel settore della meccanizzazione e dell'artiglieria. Sapeva, inoltre, che l'Impero, isolato dalla
Madrepatria, non avrebbe potuto reggere ad un attacco concentrico e che anche in Libia la situazione
non sarebbe stata certo rosea. Ma quale era la situazione degli avversari, in quel momento? La
Francia era ormai virtualmente battuta, sul territorio nazionale, anche se avrebbe potuto continuare a
combattere nel suo impero coloniale e sul mare, ove la flotta era quasi intatta. L'Inghilterra,
perduto quasi tutto il suo esercito nella rotta di Dunkerque, doveva pensare seriamente
a difendere il proprio territorio nazionale, minacciato dalla progettata invasione tedesca. Nel Mediterraneo,
quindi, l'Italia avrebbe potuto, anche nella peggiore delle ipotesi, reggere il peso di un'offensiva, che
non sarebbe stata certo irresistibile, degli sfiduciati anglo-francesi, con la prospettiva (che poi si
sarebbe realizzata in pieno) di vedere uscire dalla lotta i francesi. Il tutto, s'intende, per il limitato
numero di mesi che ancora dividevano il mondo dall'agognata pace generale.
Tutte queste premesse logiche all'entrata in guerra italiana si
dimostrarono poi errate. L'Inghilterra, sebbene fosse rimasta sola a combattere, non
si arrese e non volle trattare la pace. La Francia, poco a poco, si converti al
gaullismo, e il conflitto, per una serie di molteplici errori, si allargò come
una macchia d'olio, a sempre nuovi paesi. Fino a che. di fronte alla coalizione avversaria, la sorte
dell'Asse Roma-Berlino-Tokio, si rivelò segnata. L'Italia era dunque impreparata ad un conflitto
mondiale, specialmente di fronte al colosso americano. Ma era perfettamente in grado di
reggere ad un conflitto di minori proporzioni quale si credeva che fosse la guerra contro una Francia
ormai in ginocchio e una Gran Bretagna duramente provata. Prova ne sia che ha, nonostante tutto,
resistito validamente per quaranta mesi! L'errore fu di non aver preveduto come inevitabile l'intervento americano a fianco dei britannici. Come
errore fu, da parte tedesca, l'aver sottovalutato la potenza militare sovietica. Naturalmente per valutare
nella giusta misura le possibilità italiane, bisognerebbe parlare anche della condotta militare della
guerra da parte dello Stato Maggiore. Ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano e questa
è la sede meno adatta per una polemica. Vi accenneremo brevemente in seguito ove, illustrando
le varie fasi del conflitto sui nostri fronti, non potremo farne a meno.
Quindici giorni di guerra, in totale e solo quattro giorni di battaglia. Quattro giorni d'inferno, nel gelo,
ad altezze varianti fra i duemila e i tremila metri, di fronte ad un nemico ostinato che non voleva
darsi per vinto. Quattro giorni che, se non portarono a risultati spettacolari sul piano strategico,
dimostrarono però che il soldato italiano sapeva battersi bene. Lo avrebbe dimostrato ancor più nella
lunga vicenda che purtroppo si chiuse tragicamente 1' 8 settembre 1943. Ma la sconfitta e la
capitolazione non possono cancellare le pagine luminose di eroismo scritte prima di quell'infausto giorno
dagli eroici soldati d'Italia.
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