| DA DUNKERQUE ALLA MAGINOT
Mentre a Dunkerque s'andava compiendo in un'atmosfera di tragedia greca, il destino delle
armate anglo-francesi accerchiate, sulla linea della
Somme il generale. Weygand, da pochi giorni alla testa delle truppe alleate, tentava di organizzare la resistenza ad oltranza di fronte ai tedeschi,
ormai penetrati in terra pii Francia. Lo sforzo di Weygand, in quei giorni drammatici di attesa, fu
sovrumano. Egli, richiamando reggimenti e divisioni da tutti i settori, ammassando materiali da tutti i depositi, mobilitando fin l'ultimo uomo
disponibile, riuscì, in meno di una settimana, a schierare in campo tre
armate, per un totale di trenta divisioni. Ma non si limita a questo. Malgrado la
ristrettezza del tempo a disposizione, egli volle anche adeguare gli
apprestamenti difensivi ai terribili insegnamenti della prima fase della campagna, cercando di opporre alla nuova tecnica offensiva tedesca, imperniata sulle puntate in profondità di massicce formazioni di carri, una difesa elastica. Scaglionò quindi le sue truppe in profondità,
appaggiandole ai capisaldi che, almeno teoricamente, sarebbero stati in grado di continuare a
combattere anche se aggirati, anche se superati dalla offensiva nemica, per poi scompaginare le truppe
attaccanti con una serie di contromanovre tattiche. Con particolare cura furono sistemate
la difesa delle strade convergenti su Parigi, sulle quali Weygand riteneva che si sarebbe concentrato lo
sforzo germanico. Del resto la difesa della capitale minacciata e la copertura della Maginot, ancora
intatta, erano le mete del generalissimo francese. Ma, nonostante gli sforzi di Weygand, la macchina
militare francese si era ormai spezzata sui campi delle Fiandre. E le trenta divisioni schierate sulla
Somme, già intaccate nel morale, presentavano gravi lacune nell'armamento, nell'equipaggiamento, nella mobilità. Le truppe corazzate erano state pressochè annientate nella prima fase della campagna. Quelle motorizzate avevano perso una forte
percentuale dei loro effettivi. E, infine, l'aviazione si era talmente ridotta di numero da non
rappresentare più una efficente forza combattente. Solo in fatto di artiglierie i
francesi si trovavano in condizioni relativamente soddisfacenti di fronte all'impiego combinato dei panzer e degli Stukas.
Ma torniamo a Dunkerque, dove la resistenza disperata degli anglo-francesi si esaurisce
rapidamente, mano a mano che il nemico si avvicina alla spiaggia, ormai affollata di materiali abbandonati e di uomini in fuga. Quasi mezzo milione di soldati, di cui circa centomila francesi, sono in attesa della salvezza che
può venire, ormai, solo dal mare. Ed ecco, in quei giorni drammatici, la mobilitazione di
tutti i mezzi navali in grado di attraversare la Manica. Si tratta di uno sforzo immane, francese e
britannico, per salvare il salvabile dell'armata dei condannati, novecento battelli di tutti i tipi, dall'incrociatore allo yacht da diporto che fanno la spola fra Dunkerque e Dover, fra Dunkerque e gli
altri porti della Manica con a bordo i resti delle divisioni accerchiate. Ed ecco, sopra questa flotta della
disperazione, l'attacco massiccio, continuo, terrificante, degli Stukas presenti nel cielo della battaglia ad ogni ora del giorno e della notte con il loro
lacerante sibilo. Una corsa alla morte che dura dal 30 maggio al 3 giugno. Poi, la sera del 3, mentre l'ultima formazione britannica si allontana all'orizzonte, protetta da un velo di nebbia che aveva
ostacolato le operazioni della Luftwaffer i tedeschi raggiungono la spiaggia. 40 mila prigionieri si
aggiungono al milione e più di uomini catturati dall'inizio dell'offensiva. Ma le navi hanno recato in salvo oltre la Manica, ben 338 mila uomini.
Nel contempo, mentre non si è ancora attenuato l'eco di sbigottito stupore
causata dal disastro di Dunkerque, gli hitleriani attaccano su tutto il
fronte della Somme.. E' l'alba del 5 giugno e le sei armate tedesche rovesciano sul nemico una valanga di ferro e di fuoco. Dopo la bruciante preparazione di artiglieria, l'offensiva dei carri e delle fanterie, appoggiate da massicce formazioni di aerei.
Il piano germanico prevede tre tempi. Il gruppo di armate settentrionale, comandato da von Bock deve rompere le difese francesi sulla sinistra, raggiungere e superare la bassa Senno, isolare Parigi da occidente. Ottenuto questo importante risultato, sarebbe stato compito del gruppo di von Rundstetd di puntare decisamente verso sud, battendo così il grosso dell'esercito francese, ormai disorientato
dalla mossa avversaria. Alla fine il gruppo di von Leeb, attaccando frontalmente la Linea Maginot (alle cui spalle si sarebbe trovato Rundstetd) avrebbe
scardinato le ultime difese francesi, provocando il crollo definitivo della Francia. La manovra tedesca, sapientemente preparata, avrebbe dovuto
comprendere, infine, un'azione dimostrativa in direzione di Parigi, allo scopo di far sguarnire le ali ai francesi per favorire così la chiusura della gigantesca
tenaglia alle foci della Senno e sulle Argonne. II piano fu attuato con puntualità cronometrica
dalle varie armate tedesche. Nessun errore, nessun ritardo vi fu a compromettere l'esito come era
accaduto sulla Marna tanti anni prima. Dopo quattro giorni di offensiva, la Linea Weygand era crollata e le divisioni
francesi, risospinte in campo aperto, iniziavano, malgrado sporadici irrigidimenti, quella ritirata che di, lì a qualche giorno si sarebbe
tramutata in una rotta. E' impossibile, nel breve spazio che ci è concesso,
riassumere le tappe dell'avanzata tedesca, anche limitandole all'enunciazione di una data e di una località. Diremo soltanto che il 10 giugno i tedeschi dell'ala sinistra erano già a meno di cento chilometri da Parigi, mentre il
giorno successivo le armate del centro erano a Compiègne. E a sud la marcia non era meno travolgente, avendo superato Rerms e la Marna.
Il 13 giugno la situazione dell'esercito francese era ormai disperata, Parigi veniva dichiarata città aperta
e il giorno successivo vi entravano, senza incontrare resistenza, le armate di van Kiikler. Si ripeteva così, a settant'anni di distanza, la tragedia di cui era stata testimone la generazione di Victor Hugo, resa possibile, anche questa volta, dall'intrinseca debolezza politica e sociale della Francia, mal coperta dall'illusorio baluardo della Maginot.
Questa linea fortificata senza confronti nel mondo, fu anzi attaccata e scavalcata, nel giro di poche ore, proprio nei giorni successivi alla conquista di Parigi, da Montmedy t Verdun, dal Reno alla
frontiera svizzera. L'impresa, ritenuta impossibile, fu resa possibile da una tecnica rivoluzionaria e
dall'incredibile audacia di piccoli gruppi di guastatori, ma anche dal fatto che la Maginot, guarnita da poche
truppe attaccata frontalmente e sul rovescio, non era più che una specie di zattera nel mare in tempesta di una Francia ormai invasa per più di un terzo del suo territorio.
Giungiamo così, con lo sfondamento della Maginot al 16 giugno. Da sei giorni anche l'Italia è uscita dalla non belligeranza e si è gettata nella lotta, sulle Alpi, in Libia e nell'Impero.
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