2a Guerra Mondiale 1940-11/C


Inno Uganda 


L'attacco alla Grecia



15 ottobre 1940 - L'offensiva contro la Grecia, che era rimasta neutrale ma che dava con le sue basi mediterranee e con l'apporto della sua marina mercantile, un notevole aiuto politico, militare ed economico alla Gran Bretagna, venne deciso nel corso di una riunione a Palazzo Venezia. Erano presenti Ciano, Ministro degli Esteri, Jacomoni, Luogotenente per l'Albania, il maresciallo Badoglio, Capo di Stato Maggior Generale, il gen. Soddu, Sottocapo di S.M. e sottosegretario alla guerra, il gen. Roatta f.f. di Capo di Stato Maggiore dell'esercito e il gen. Visconti Prasca, comandante delle truppe in Albania. Nessuno nel corso della discussione si oppose all'iniziativa, che del resto era maturata da parecchi mesi. Nessuno obiettò che la preparazione era stata troppo scarsa ed affrettata. Anzi Visconti Prasca dichiarò che vi era, a nostro favore, una prevalenza numerica di due a uno.

L'ATTACCO ALLA GRECIA

E' ancora vivissima, fra i protagonisti politici e militari della guerra e fra gli storici stessi, la polemica sull'attacco alla Grecia, deciso da Mussolini nell'ottobre del 1940. Si tratta quindi di un argomento assai difficile da affrontare: materia da « memoriali » più che di storia. Il primo elemento controverso è quello che riguarda la necessità e l'opportunità dell'impresa. E' vero, cioè, come dichiarava la propaganda fascista, che il governo greco s'era da tempo schierato a favore dei britannici e che dalle isole egee e dalla sponda fonica veniva una grave minaccia per le forze italiane presidianti l'Albania ed operanti in Africa settentrionale? O è vero, di contro, quel che affermano gli antifascisti, che cioè Mussolini, contro il parere dell'alleato tedesco e contro il consiglio dello stesso stato maggiore italiano, volle l'attacco alla Grecia solo in funzione del suo smisurato orgoglio? La verità è difficile da rilevare, nella ridda di memoriali e contromemoriali che esistono. Indubbiamente, però, la Grecia aveva assunto, fin dall'aprile del 1939 (data dell'occupazione italiana dell'Albania) un atteggiamento esplicitamente anti-asse. Vari documenti, poi, testimoniano della parte che il governo ellenico aveva avuto in Albania nella sobillazione anti-italiana fra le popolazioni dell'Epiro settentrionale, oggetto delle mire espansionistiche di Atene fin dall'altra guerra. In quanto all'appoggio greco alle navi britanniche operanti contro la flotta italiana, basta rifarsi alle esplicite ammissioni dell'Amm. Cunningham, Comandante inglese del Mediterraneo, nel suo libro « L'ossidea di un marinaio » (pagina 113). Appare comunque eccessivo il moralismo di certi censori italiani i quali condannarono severamente l'attacco alla Grecia sul piano etico mentre non risulta che abbiano usato altrettanto rigore per l'invasione anglo-sovietica dell'Iran e per altre analoghe operazioni degli alleati. La verità è che un paese in guerra non può indulgere, senza proprio gravissimo danno, a considerazioni di carattere morale e che nei fatti d'arme lo storico deve frenare in considerazione solamente un dato: quello dell'utilità. Fra tanti giudizi contrastanti, però, tutti i critici dell'attacco alla Grecia concordano su una cosa: su una valutazione totalmente negativa del modo in cui fu concepita, preparata e condotta la campagna. Le responsabilità, è vero, rimbalzano (a seconda dei casi) dal capo di Mussolini a quello di Ciano, dal capo di Badoglio a quello di Visconti Prasca, (per non parlare di Soddu, di Roatta e di Iacomoni), ma il fatto è che diplomatici e militari, politici e tecnici, sbagliarono tutti. I politici sottovalutarono le capacità di resistenza morale del popolo greco, giudicandolo in base alla scarsa levatura dei suoi esponenti governativi e parlamentari. I diplomatici dichiararono con sicumera che la Grecia sarebbe crollata perché... era stata comprata dall'oro italiano. Ben si capisce, dunque, che Mussolini abbia potuto credere effettivamente ad una passeggiata militare che avrebbe gareggiato, in rapidità, con la campagna polacca e con quella norvegese. C'erano i militari a confermarlo in questo calcolo errato. I militari che giudicavano l'Epiro liquidabile in una ventina di giorni grazie ad una presunta superiorità numerica di due a uno nei confronti dell'avversario e quindi sognavano una marcia trionfale su Atene a non più due mesi dall'inizio dell'offensiva. E qui, nel settore militare, vanno ricercate le responsabilità più pesanti. Infatti la superiorità militare (numerica e tecnica) fu sempre, nei primi mesi della campagna, dei greci, i quali, tempestivamente resi edotti delle nostre intenzioni offensive, avevano avuto agio di richiamare alcune classi., mentre la difficoltà dei trasporti, lamancanza di strade, la carenza di mezzi motorizzati, l'inclemenza della stagione, nonché l'assenza di un chiaro piano strategico, riducevano la già scarsa efficienza delle otto divisioni che avevamo in Albania. A queste divisioni (di cui due erano schierate a copertura della frontiera jugoslava) si opponevano non meno di quattordici divisioni greche, tutte ottimamente armate, che tra l'altro contavano effettivi di gran lunga superiorità a quelli nostri: in totale circa 350 mila uomini contro non più di 105 mila uomini da parte italiana. Le premesse in base alle quali si iniziava, il 29 ottobre 1940, la campagna di Grecia, non potevano quindi essere più infelici. Nè si può capire, come lo stato maggiore dell'esercito e i comandi in Albania non abbiano nemmeno tentato di impedire l'inizio di un'impresa che non poteva avere successo e che anzi avrebbe esposto il nostro corpo di spedizione a gravissimi rischi. Si aggiunga che, inoltre, la scarsa efficienza dei porti albanesi e la difficoltà dei trasporti marittimi, nonché lo stato delle strade rendevano aleatorie le possibilità di far affluire, in caso di necessità, adeguati rinforzi di truppe e di materiali. Fu quindi gran fortuna, dovuta pricipalmente all'eroismo disperato delle truppe, se una guerra che avrebbe potuto vederci buttati a mare dall'esercito greco, si risolse (dopo l'effimero successo iniziale) in una tenace resistenza che bloccò il passo al nemico sulla linea Tepeleni-Pogradec e che poi, logorato l'avversario, si trasformò, nella primavera del' 41 in una vittoriosa e conclusiva avanzata nel cuore della Grecia. E se anche, nella prova, lo stato maggiore italiano (impersonato da Badoglio) rivelò i gravi difetti che tante tragiche esperienze avrebbero causato al Paese, va detto che la campagna greco-albanese non è una pagina di cui il soldato nostro debba arrossire. Un nome solo, infatti, basta a riscattare errori e colpe: il nome della Julia simbolo di eroismo e di sovrumana tenacia. E si sa che quello della « Julia » non fu esempio isolato, che il soldato italiano, male armato, male nutrito e peggio vestito e calzato, nel fango e nel gelo, sotto la tormenta e sotto le bombe seppe vincere la dura partita. Tanto che quando i tedeschi irruppero in Grecia dalla Bulgaria (aprile 1941) l'esercito ellenico aveva praticamente esaurito ogni capacità di resistenza. La campagna di Grecia non fu, fra l'ottobre '40 e l'aprile '41, il solo fatto bellico importante. Ma, fedeli al principio di dare una trattazione organica agli avvenimenti sui valli scacchieri della guerra. L'offensiva britannica in Marmarica, l'attacco alla Jugoslavia, la controffensiva italo-tedesca e molti importanti episodi della guerra aeronavale nel Mediterraneo, nonché le vicende che portarono alla caduta dell'Impero. Avvenimenti che, tutti, si svolsero nei mesi in cui in Grecia divampava la lotta.


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